Depressione post partum: 5 cose da sapere

29 gennaio 2019

Depressione post partum: 5 cose da sapere

Circa 8 donne su 10 provano il baby blues, la sottile malinconia che vela la gioia della nascita. Niente paura: in genere si risolve da sé. Ma a volte può cedere il passo a un disturbo depressivo. E in altri casi ancora il problema si manifesta più in là. L’errore è mascherarlo, anzi, serve immediatamente un coming out

Depressione post partum: 5 cose da sapere

Dare alla luce un figlio è un’esperienza di forte impatto emotivo, che cambia in modo totalizzante e irreversibile la vita di una donna. Non la si può descrivere superficialmente come il lieto evento che porta solo entusiasmo e gioia. Anche se il bimbo è voluto, è del tutto naturale che la neomamma provi sentimenti ambivalenti, ansia, stanchezza, disorientamento. Accettarli, parlarne con chi è vicino, chiedere il sostegno del partner e dei familiari senza vergogna o sensi di colpa sono passi necessari per evitare che ansia e malinconia prevalgano fino a sfociare in una depressione post partum. “Ne soffre dal 10 al 20% delle madri, quindi non si tratta di un disturbo raro”, osserva Claudio Mencacci, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze, presso l’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano. “Se non viene diagnosticata e trattata presto e bene, può ledere gravemente la qualità di vita di chi ne soffre e dell’intero nucleo familiare”. Nei casi più seri, la depressione post partum può costare la vita stessa alla neomamma. Dai dati più recenti pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità risulta che un quarto delle morti materne indirettamente correlate alla gravidanza nell’arco di tempo compreso tra 43 giorni e un anno dopo il parto avviene per suicidio dovuto a depressione. Eppure, i fattori di rischio e i campanelli d’allarme da tenere d’occhio esistono. Obiettivo: riconoscere per tempo le situazioni critiche, prevenire e curare, laddove c’è da curare.

1. Come prevedere il problema già durante l’attesa?

Il 40% delle donne che dopo la nascita di un bimbo sperimentano una depressione post partum, già durante la gravidanza ha accusato sintomi di depressione o ansia, che spesso non vengono riconosciuti come tali né dalla diretta interessata, né dai familiari o dal medico curante. Con l’approssimarsi del parto, è naturale provare un po’ di preoccupazione e di incertezza. Bisogna saperle distinguere da stati d’animo eccessivi.
“I campanelli d’allarme sono l’insonnia protratta nel tempo, la mancanza di appetito, l’apatia, lo scarso interesse per la propria salute e per quella del nascituro”, spiega Mencacci. “Per esempio, bisogna prestare attenzione quando la donna in attesa adotta uno stile di vita autolesivo: fuma, si alimenta in modo disordinato, assume alcolici. Un comportamento di questo tipo può essere un segnale di disagio e al tempo stesso è un fattore di rischio per lo sviluppo successivo di un disagio”.

2. Quali sono i fattori predisponenti di maggior rilievo?

“Sono due quelli che pesano maggiormente sul rischio di depressione post partum: l’aver sofferto in precedenza di ansia o disturbi depressivi e la familiarità, cioè un parente di primo grado che soffre o ha sofferto di depressione”, dice Mencacci. “Questo perché si tratta di una patologia con una forte componente genetica”. Altri fattori di rischio più o meno determinanti sono quelli ambientali. “Problemi economici, isolamento sociale, disoccupazione o situazioni conflittuali al lavoro, tensioni in famiglia, lutti recenti o altri eventi traumatici, una gravidanza indesiderata”, chiarisce lo psichiatra. “In particolare, durante l’attesa risultano stressanti le complicazioni ostetriche e un rischio elevato o la notizia di un problema di salute del nascituro”.

3. Prima e dopo il parto, a cosa fare attenzione?

La depressione post partum può essere il proseguimento di uno stato patologico presente già in gravidanza, oppure può insorgere ex novo, di solito intorno al terzo mese dalla nascita. “Chi ne ha già sofferto dopo il primo parto, corre un rischio più elevato di affrontare di nuovo il problema”, osserva lo psichiatra. “Sono a rischio anche le donne più sensibili ai mutamenti ormonali, per esempio quelle che soffrono di disturbo disforico premestruale, perché al termine della gravidanza l’organismo materno va incontro a un repentino mutamento ormonale con il crollo improvviso dei livelli di estrogeni e progesterone”. Altri elementi che possono influire sono eventuali imprevisti e complicazioni insorte durante il parto, soprattutto se la donna aveva in precedenza dei timori al riguardo. “La depressione in gravidanza determina un aumento del rischio di parto prematuro, evento che aggrava ulteriormente il disagio”, dice Claudio Mencacci.
Durante le prime settimane di vita del bambino, poi, la stanchezza, l’eventuale isolamento sociale dovuto alla lontananza o alla scarsa collaborazione dei familiari, contrasti nella coppia o in famiglia sull’accudimento del neonato possono aggravare lo stress della neomamma e favorire l’insorgenza di un disturbo depressivo.
“Pesa, in particolare, la mancanza di sonno dovuta ai risvegli notturni del bambino”, avverte lo psichiatra. “Se i papà si impegnassero a prendersi cura del piccolo e ad alzarsi durante le ore notturne, alleviando il carico di stress della neomamma, si potrebbero prevenire tanti casi di depressione post partum”.

4. Baby blues, depressione post partum, psicosi: sono diverse?

Il 70-80% delle donne nei giorni immediatamente successivi al parto sperimenta una condizione transitoria di stanchezza e malinconia che prende il nome di baby blues. “Non è patologica e nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente entro una settimana”, dice Mencacci. “C’è però un 20% di neomamme che dal baby blues passa alla depressione post partum, che non guarisce mai da sola e va trattata adeguatamente. Ci sono anche casi in cui non si verifica il baby blues, ma a distanza di tre o quattro mesi insorge la depressione”.
Poi ci sono i casi gravissimi, quelli che sfociano nelle tragedie riferite periodicamente dai media. “Non sono casi di depressione, ma di psicosi, una patologia differente, che insorge immediatamente dopo il parto, in modo travolgente e non può passare inosservata”, spiega lo psichiatra. “Ne soffre una neomamma su mille. Questa sì è una patologia rara”. Il primo passo quindi che deve fare chi vive una situazione di disagio è confidarsi con il partner, la famiglia, gli amici, il medico curante e cercare, se necessario, l’aiuto di uno specialista. “I familiari, dal canto loro, devono ascoltare senza formulare giudizi e impegnarsi ad aiutare la neomamma in difficoltà”, prosegue lo psichiatra. “I medici dovrebbero imparare a interpretare anche le richieste d’aiuto meno esplicite, gli accenni indiretti, prestando attenzione ai campanelli d’allarme. Quello che servirebbe realmente è un sistema di screening che permetta di individuare fin dalla gravidanza le donne a maggior rischio di sviluppare depressione post partum e di seguirle con incontri ed esami periodici, sotto forma di colloqui e questionari”.

5. Come uscirne per il benessere di tutta la famiglia?

Che cosa si può fare per prevenire la depressione e bloccare l’insorgenza del disturbo nei casi ad alto rischio? E quando il problema c’è, come si può intervenire per risolverlo? Sono sufficienti il sostegno e l’aiuto delle persone vicine? Può giovare la psicoterapia? In quali casi è necessario ricorrere ai farmaci? Sono compatibili con la gravidanza e l’allattamento? “In presenza di forti fattori predisponenti, come i precedenti clinici e la familiarità, si può e si deve lavorare su tutti i potenziali fattori di rischio ambientali, per creare una condizione protettiva, che riduca il rischio”, dice Claudio Mencacci.
“Il sostegno del partner e dei familiari in questa situazione è fondamentale. L’appoggio delle persone vicine rimane importante anche in presenza di una depressione post partum conclamata e diagnosticata, ma da solo non è più sufficiente. Occorre l’intervento dello specialista, che a seconda della gravità del disturbo potrà prescrivere una psicoterapia oppure una terapia farmacologica.
I farmaci per il trattamento della depressione, nelle dosi indicate dal medico, sono compatibili con la gravidanza e con l’allattamento. È fondamentale che la futura mamma, già sofferente di depressione, non interrompa la terapia per paura di danneggiare il nascituro. È interrompendola che rischia di fare danni”.
Alle donne colpite da depressione perinatale, infine, è dedicata la Campagna Onda, “Un sorriso per le mamme”, progetto nato nel 2010. Sul portale www.depressionepostpartum.it è possibile consultare la lista dei centri di supporto presenti in tutta Italia e usufruire del servizio “L’esperto risponde”. “Grazie alle campagne di informazione, stanno aumentando le donne che ricevono un’assistenza adeguata. Strumento utile, e sempre più diffuso in Lombardia, è lo screening EPDS, che consente di individuare preventivamente i casi a rischio”, conclude l’esperto.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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