Vaccino anti-morbillo e autismo: nessuna correlazione
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27 marzo 2019

Vaccino anti-morbillo e autismo: nessuna correlazione

Dopo anni di ricerche, lo conferma anche un nuovo studio danese che ha valutato la storia clinica di migliaia di bambini

Vaccino anti-morbillo e autismo: nessuna correlazione

Più di 650mila bambini sono stati coinvolti in uno studio danese per indagare sull’eventuale correlazione tra la vaccinazione anti-morbillo, parotite e rosolia (MPR) e l’insorgenza di disturbi dello spettro autistico. Risultato: la somministrazione del vaccino non aumenta il rischio di autismo, neppure in concomitanza con fattori predisponenti conosciuti, come la familiarità, l’età materna e paterna all’epoca del concepimento, l’esposizione in gravidanza al fumo di sigaretta, la prematurità e il basso peso alla nascita. E neppure accelera l’insorgenza del disturbo nei piccoli in cui poi effettivamente si manifesta: l’età in cui compaiono i primi segnali della malattia non cambia a seconda che un bambino sia stato o non sia stato vaccinato con MPR. I ricercatori dell’Università di Copenhagen e dello Statens Serum Institut hanno vagliato la storia clinica di tutti i bimbi nati in Danimarca tra il 1999 e il 2010, distinguendo tra vaccinati e non vaccinati, e hanno pubblicato i risultati dell’analisi sugli Annals of Internal Medicine.

Anti-morbillo: vent’anni di controlli e verifiche

“Mi verrebbe da dire che questo risultato è la pietra tombale sull’inganno di Andrew Wakefield, il medico britannico – poi radiato – che per primo sostenne la correlazione nel 1998, scatenando la psicosi collettiva”, dice Paolo Bonanni, ordinario di Igiene dell’Università di Firenze e coordinatore scientifico del Board del Calendario per la Vita. “Ma temo che non basterà: chi è convinto in modo fideistico della pericolosità dei vaccini non si convincerà nemmeno di fronte a dati così evidenti. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Era necessario questo studio per smentire definitivamente le affermazioni di Wakefield? “Io credo di no”, risponde Bonanni. “I suoi sostenitori continuano a chiedere a gran voce studi indipendenti per verificare la sua ipotesi, ma questi studi ci sono stati. Ce n’è stata almeno una ventina e alcuni hanno coinvolto un gran numero di soggetti, come quest’ultimo danese. E sono studi condotti da università, enti pubblici, fondazioni, non da aziende che producono i vaccini. Tutti hanno smentito categoricamente il presunto nesso tra vaccinazione MPR e autismo. Per questa ragione, dubito che gli ultimi risultati riusciranno a smuovere la convinzione dei no-vax oltranzisti. E seppure riconoscessero che il vaccino anti-morbillo non provoca l’autismo, inventerebbero nuove accuse. C’è già chi dice che è la vaccinazione esavalente a provocare autismo, che l’uno o l’altro vaccino, oppure il vaccino contro l’HPV – fondamentale per la prevenzione di terribili forme di cancro – causino leucemie, sclerosi multipla, sindrome da affaticamento cronico. A inventare accuse campate in aria non ci vuole nulla, smentirle richiede anni e anni di ricerche e verifiche”.

La vaccino sorveglianza: un sistema efficace

Il compito della vaccino sorveglianza non è proprio quello di rilevare gli effetti indesiderati nella popolazione vaccinata? “La vaccino sorveglianza è un sistema che raccoglie tutte le segnalazioni di eventi indesiderati che hanno una correlazione temporale con la vaccinazione”, spiega Bonanni. “Dall’infiammazione del sito dove il vaccino è stato iniettato, reazione nota e prevedibile, a eventuali altri disturbi che si manifestano nei giorni successivi. Ogni evento va segnalato, indipendentemente da quanto sia plausibile il nesso di causa ed effetto. Per assurdo, se uscendo dall’ambulatorio vaccinale si è punti da una vespa, anche quello andrebbe segnalato. I dati così raccolti vengono esaminati alla ricerca di correlazioni causali, che devono poi essere dimostrate con ricerche ad hoc, come quella danese che ha indagato sul nesso tra vaccino MPR e autismo. La vaccino sorveglianza, quindi, serve a far emergere eventuali sospetti, che poi sono oggetto di esami accurati. I vaccini, proprio perché vengono somministrati in funzione preventiva a persone sane, sono i farmaci più controllati al mondo. Non si abbassa mai la guardia. Altro è formulare accuse senza che ci siano sospetti fondati”.

“È successo a una persona che conosco”

I sostenitori della pericolosità dei vaccini portano testimonianze di genitori che hanno visto i loro bimbi ammalarsi dopo la somministrazione. “Il vaccino MPR viene somministrato a un gran numero di persone. Da un punto di vista statistico può accadere che una o più di queste si ammalino per caso il giorno della vaccinazione o il giorno dopo, senza alcuna connessione con il vaccino”, spiega l’esperto. “Tutti i sospetti vengono controllati, ma nella quasi totalità dei casi la connessione tra i due eventi si rivela esclusivamente temporale, senza alcun nesso di causa ed effetto”.

Che dire allora degli indennizzi per danno da vaccinazione che sono stati riconosciuti dallo Stato? C’è una legge che prevede questa possibilità. “È la legge 210 del 1992 e prevede un indennizzo economico a chi subisce danni irreversibili a causa di vaccinazioni obbligatorie. Dal 2012 vale anche per le vaccinazioni non obbligatorie ma raccomandate”, dice Bonanni. “Il danneggiato o la sua famiglia possono chiedere l’indennizzo al Ministero della Salute e la richiesta viene valutata da una commissione medica, che però non è chiamata a dimostrare la correlazione causale tra vaccinazione e danno, ma solo la plausibilità del nesso, quando non si riesce a escluderlo. Su questa base sono stati concessi degli indennizzi. Le cause intentate da alcune famiglie attraverso la magistratura ordinaria, invece, non sono mai andate in porto, o il giudizio favorevole in primo grado è stato ribaltato nei gradi successivi, perché in quei casi era necessario dimostrare la correlazione causale tra vaccinazione e danno, correlazione che non esisteva”.

La legge c’è perché non si possono escludere a priori effetti indesiderati dei vaccini, come di qualunque altro farmaco. “L’anti-polio orale a virus vivi attenuati, usato in Italia fino al 2002, è responsabile di un caso di paralisi ogni milione di dosi somministrate”, osserva Bonanni. “Per questa ragione, quando il nostro Paese è stato dichiarato polio-free quel vaccino è stato sostituito da quello a virus inattivati, che non presenta alcun rischio in questo senso. E negli ultimi anni in Italia non si è più verificato alcun caso accertato di danno grave da vaccino”.

Lo zoccolo duro degli irriducibili

Queste considerazioni rispondono ai dubbi di tanti genitori preoccupati e indecisi, ma non fanno breccia nello zoccolo duro degli irriducibili che credono nella pericolosità dei vaccini in modo assoluto e irrazionale. “Sono pochi, meno dell’1% della popolazione”, osserva Daniela Ovadia, co-direttrice del Laboratorio Neuroscienze e Società dell’Università di Pavia. “Si tratta di un fenomeno descritto dagli psicologi sociali: l’apofenia, cioè la tendenza a vedere schemi e connessioni tra dati che non sono correlati, la tendenza a unire i puntini anche quando è irragionevole farlo. Di solito, infatti, chi crede in modo fideistico alla pericolosità dei vaccini crede anche ad altri complotti, come le scie chimiche o l’impianto di microchip sotto pelle”. L’autismo si presta bene a stimolare queste dinamiche di pensiero. “Perché le sue cause sono ancora poco chiare e oggetto di studio e perché i primi sintomi si manifestano proprio nella fascia di età delle vaccinazioni”, dice Ovadia. “E quando la convinzione si è fatta strada nella loro mente, diventa inamovibile”.

Intorno agli irriducibili, c’è poi chi sostiene la pericolosità dei vaccini per altre ragioni. “Basti pensare a chi propone fantasiosi trattamenti detossificanti per curare l’autismo…”, spiega l’esperta. “Poi ci sono gli indecisi, chi è stato contagiato dal dubbio e vuole chiarimenti. Per aiutarli servono colloqui mirati, persone preparate che li ascoltino, si prendano carico delle loro paure, non bollandole come stupidaggini, e rispondano alle loro domande. Ritengo che la figura più adatta a svolgere questo lavoro sia quella del pediatra di famiglia, una persona conosciuta che ha ben presenti le condizioni di salute del bambino e gode della fiducia dei genitori”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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