Lo sviluppo intellettivo: le tappe da 0 a 12 mesi | Io e il mio bambino
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16 maggio 2016

Lo sviluppo intellettivo: le tappe da 0 a 12 mesi

È fondamentale, perché guida con precisione e competenza il neonato attraverso il nuovo ambiente che lo ha accolto

Lo sviluppo intellettivo: le tappe da 0 a 12 mesi

L’istinto: il talento della sopravvivenza

È fondamentale, perché guida con precisione e competenza il neonato attraverso il nuovo ambiente che lo ha accolto. Stiamo parlando dell’istinto, una ‘dote’ di cui il cucciolo d’uomo dimostra di essere dotato fin dai primi istanti di vita.

– Un neonato posato sul seno della madre è in grado, guidato solo dall’istinto e aiutato dall’olfatto, di dirigersi verso il capezzolo (si parla di ‘strisciamento riflesso’) e di iniziare a nutrirsi.
– Poche ore dopo aver lasciato il grembo materno, il bebé è attratto dal viso umano e distingue il battito cardiaco della madre.
– Studi condotti dall’Università di Padova hanno dimostrato che la mente del neonato è programmata in modo tale da consentirgli di riconoscere i propri simili e creare con loro un legame speciale. Una sorta di istinto di sopravvivenza che induce il… nuovo arrivato a preferire sagome in cui riconosce i tratti essenziali e a fargli gradire la voce umana al di sopra di qualunque altro suono. Una dote innata, insomma, che lo porta istintivamente a volgersi verso i propri simili.

L’intelligenza

La sua mente ‘cresce’ veloce quanto lui! Mamme, papà, rimboccatevi le maniche: nel primo anno di vita, il bimbo apprende molto più che in qualunque altra fase della sua vita. E se la natura ha fatto le cose a puntino, ‘accessoriando’ il piccolo di una mente sveglia e iperattiva, il resto lo fa l’ambiente nel quale il bimbo cresce. Che deve essere ricco di spunti e sollecitazioni.

Il suo cervello, un instancabile lavoratore

Il suo cervello cresce a un ritmo a dir poco vertiginoso! I 100 miliardi di neuroni (cellule nervose) presenti alla nascita sono in grado, sin dalle prime ore, di stabilire un’enorme quantità di connessioni tra loro e di produrre un numero di sinapsi (collegamenti tra neuroni) molto più grande di quello che riuscirà mai a realizzare. Un andamento destinato a mantenersi negli anni grazie agli stimoli esterni che il bimbo riceverà o che saprà ricercare. Ogni esperienza di vita, infatti, contribuirà a stimolare l’attività elettrica che plasma il cervello e ad ‘accendere’ i circuiti nervosi necessari per elaborare i dati ricevuti e tradurli in pensieri e azioni. Risultato: a due-tre mesi i centri del cervello che regolano la motricità permettono al bimbo di fissare e afferrare un oggetto, verso i quattro mesi la corteccia cerebrale è sviluppata tanto da garantirgli la visione in profondità e il coordinamento degli occhi. Al dodicesimo mese, la maturazione dei centri che controllano il linguaggio gli consente di dire le prime parole.

Sono tutti Einstein in erba Cervelloni si nasce?

Assolutamente no! Lo attestano diverse ricerche condotte negli Stati Uniti, secondo le quali il quaziente intellettivo di ciascuno di noi non è determinato alla nascita. Certo, il patrimonio genetico è determinante; ciò non toglie che un bambino debitamente stimolato possa trasformarsi in un piccolo… Einstein. Conferma Eric Kandel, premio Nobel per la scienza nel 2000: “Il cervello dell’uomo non è un patrimonio immutabile ricevuto alla nascita. È una struttura dinamica, in grado di creare nuovi collegamenti neuronali. Se sottoposto a stimoli adeguati, è perfino capace di ricrearsi, attivando nuove cellule”.

Stimolarlo: ecco il modo giusto

Un ambiente stimolante e una famiglia attenta e presente sono indispensabili perché il bimbo sviluppi al meglio le proprie potenzialità. Se da un lato è quindi fondamentale che questa sollecitazione non venga mai a mancare, dall’altro è importante che non sia mai eccessiva e che mamma e papà (ma anche gli zii e i nonni, naturalmente) non ‘anticipino i tempi’, proponendo attività inadeguate al suo sviluppo psicomotorio. Come regolarsi, quindi? Una risposta in questo senso viene dal bambino stesso. Osservando il piccolo tutto i giorni e osservando in particolare le sue reazioni, mamma e papà impareranno a distinguere gli stimoli graditi e il momento propizio per introdurne altri. Tra l’altro, molte delle iniziative che i genitori mettono istintivamente in atto già rispondono al bisogno del bambino di sviluppare naturalmente le proprie doti.

Perché si stanca subito?

È del tutto naturale che il bambino si stanchi presto dei nostri stimoli e dei suoi giocattoli. La capacità di fissare l’attenzione, infatti, non è un dato innato, va appresa lentamente e faticosamente, così come si apprende il linguaggio. Per tutto il primo anno di vita, il bambino sperimenta una specie di fusione tra sé, la mamma e il mondo e non possiede ancora una propria immagine corporea ben definita. Per questo non riesce a guidare l’osservazione su una cosa precisa, a focalizzarla, ad astrarla dal contesto in cui si trova; sono operazioni mentali complesse, che si acquisiscono col tempo. È solo intorno al primo compleanno che inizia a formarsi quello che gli esperti chiamano ‘sistema nervoso attenzionale’: collegandosi con il linguaggio, che è la più alta delle astrazioni, diventa progressivamente autonomo. Ciò che prima era nebuloso e indistinto progressivamente acquista confini e il bambino diventa sempre più in grado di fermare l’attenzione su uno stesso gioco.

Come riconoscere quando vuole stare tranquillo

Per l’ansia di insegnare al bambino tutto quello che è possibile, a volte si corre il rischio di non accorgersi che è stanco. Insistere con continui stimoli può solo avere l’effetto di irritarlo. Verso i tre mesi, il bambino inizia già a comunicare con le espressioni del volto. Prestando attenzione alle sue espressioni, potremo sapere se è disposto ad apprendere o è arrivato il momento di lasciarlo riposare. – Se quando gli parliamo alza la testa, apre la bocca e solleva le sopracciglia, significa che è disposto a sentirci. – Quando invece distoglie lo sguardo e chiude la bocca di scatto, significa che è stanco: probabilmente si è concentrato per un periodo di tempo troppo lungo e vuole fare qualcosa di diverso.

Il pensiero: si forma sulle esperienze vissute

Nel corso del primo anno lo sviluppo dell’intelligenza è strettamente legato all’uso di schemi percettivi e motori. Il bambino, in pratica, costruisce i primi schemi interpretativi della realtà usando le informazioni derivate dai sensi e dalle esperienze realizzate grazie al movimento. Questo stadio dello sviluppo intellettivo – che lo psicologo Jean Piaget ha definito ‘intelligenza sensorio-motoria’ – differisce da quello successivo, che subentra attorno ai 2 anni, durante il quale compare la funzione simbolica o rappresentativa del pensiero. Il bimbo, in pratica, sviluppa la capacità di sostituire la realtà concreta con la sua rappresentazione. Un passaggio importante, che permette al linguaggio di spaziare dalla realtà percepita a quella ‘pensata’ e di fare riferimento a situazioni e persone che non sono presenti.

Dodici mesi per capire la realtà

Ha appena compiuto un anno. Logico, quindi, aspettarsi che il bimbo abbia un quadro veritiero della realtà. Eppure si tratta di una conquista tutt’altro che scontata, che ha richiesto mesi di… esperimenti. L’ultima conquista – in ordine di acquisizione, non certo di importanza – è la padronanza del concetto di permanenza di un oggetto. Adesso, se gli viene mostrato un oggetto e poi lo si fa sparire dal suo campo visivo, il bambino non lo ‘dimentica’ come accadeva nei primissimi mesi di vita. È consapevole del fatto che l’orsetto, il biscotto o la mamma continuano a esistere anche se lui non li vede. E ha anche chiaro che queste cose sono altrove ed è quindi pronto a partire alla loro ricerca.

La memoria: una lenta ‘conquista’

La memoria una conquista tardiva? Al contrario! Diverse ricerche hanno dimostrato che immagini e suoni restano impressi nella mente del neonato sin dai primi giorni di vita. E anche prima! – Già nel pancione, come hanno dimostrato recenti studi, il bimbo è in grado di memorizzare suoni che abbiano un certo ritmo, come il battito cardiaco della mamma che, proprio perché noto, ha il potere di calmarlo e rassicurarlo dopo la nascita. E sempre il ricordo della vita intrauterina sarebbe la causa della sua predilezione per le voci femminili, in primis quella materna.

– Nei primi 2 mesi, a causa dell’immaturità del cervello, la memoria si basa solo sul riconoscimento: il neonato ricorda un evento nel momento in cui gli capita di riviverlo o un viso noto quando gli ricompare davanti. Diversamente, non è ancora in grado di richiamare alla memoria un evento o un volto, attingendo al proprio registro dei ricordi. Inoltre, ogni ricordo del bimbo ha una durata molto breve.

– I ricordi sono più dettagliati a duraturi solo a partire dai 3 mesi. Un aiuto in questo senso viene dalla possibilità di fare esperienza utilizzando più sensi contemporaneamente: un giocattolo che è stato visto e anche toccato viene ricordato meglio grazie alle maggiori informazioni che il bambino è riuscito a immagazzinare.

– Verso l’anno il bambino è ormai in grado di ricordare sequenze di azioni piuttosto complesse e riesce, per esempio, a far suonare un giochino schiacciando il tasto giusto o a collegare determinati comportamenti a una persona nota (il modo di salutare della nonna, il bacio sulla porta della zia…). Ancora prima di potersi esprimere a parole, mostra di rammentare le immagini di un libro che ha guardato spesso con mamma e papà, voltando le pagine per trovare il cane o il bimbo protagonisti della storia, magari cercando di ripeterne il nome o imitandone il verso.

Come funzionano i ricordi?

Il processo che permette al bambino di ricordare comprende infatti due passaggi: inizialmente le esperienze vengono immagazzinate nell’area del cervello destinata alla memoria a breve termine e, dopo che le informazioni sono state elaborate, vengono trasmesse a un’altra area, quella della memoria a lungo termine, dove saranno conservate per essere poi recuperate in futuro. Un fortuna per il bambino: i ricordi hanno un ruolo fondamentale nella sua crescita, poiché lo aiutano a interpretare le situazioni nuove e a interagire con l’ambiente esterno. La memoria delle esperienze vissute resta la guida indispensabile per orientarsi nel corso della vita.

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