Sovrappeso: occhio alle porzioni, non solo alle merendine!

01 ottobre 2019

Sovrappeso: occhio alle porzioni, non solo alle merendine!

Tasse come misura per prevenire il rischio obesità e tutelare la salute dei giovanissimi? Meglio puntare sulla corretta educazione alimentare

Sovrappeso: occhio alle porzioni, non solo alle merendine!

Continua l’acceso dibattito sull’ipotesi, recentemente avanzata anche nel nostro Paese, di tassare merendine e bibite gassate con zuccheri aggiunti. Per combattere l’emergenza sovrappeso già nella prima infanzia. In gioco non c’è solo la quadratura del bilancio familiare, ma l’equilibrio del nostro organismo fra calorie in entrata e dispendio energetico. Perché oggi sappiamo che l’obesità è un fattore di rischio importante per molte, severe patologie. Quindi, non è a repentaglio solo la salute del nostro portafoglio ma quella presente e futura di noi stessi e dei nostri figli.

 

Bibite gassate, no grazie!

“Come pediatri e come medici attenti all’ambiente e ai danni di un’alimentazione scorretta concordiamo su un punto di base. La miglior bevanda per i bambini è l’acqua”, esordisce Leo Venturelli, pediatra e responsabile della comunicazione della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale). “E sono da bandire tutte le bibite gassate ma, soprattutto, edulcorate – sia con aggiunta di saccarosio, il comune zucchero, sia di fruttosio e/ glucosio. Da questo presupposto deriva anche la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di evitarle per limitare il rischio di sovrappeso e obesità. E, quindi, delle patologie che oggi sappiamo essere correlate”.

 

Nel mirino anche le merendine

Il punto, però, è un altro. La legittima esigenza di raggiungere un obiettivo di educazione alimentare e sanitaria giustifica davvero la tassazione di una tipologia di prodotti, magari colpendo soprattutto le fasce di consumatori più disagiate?

“No, ce ne corre. Certo, si tratta di una decisione che attiene a una sfera di competenza politica”, afferma Venturelli. “Ma sul piano della cultura nutrizionale, sappiamo che provvedimenti simili sono stati adottati da altri Paesi con benefici parziali. E comunque sono ancora oggetto di verifiche che non hanno portato, finora, a risultati conclusivi.

Non solo: la ratio di una misura come questa imporrebbe un duplice impegno. Da un lato, di segnalare con chiarezza in etichetta al consumatore i rischi per la salute dei cibi tassati perché troppo zuccherini. Dall’altro, di introdurre un meccanismo di compensazione per favorire l’acquisto di alternative salutari a minor prezzo. Perché il problema di fondo, allora, diventa un altro: come sostituire i cibi ipertassati perché virtualmente insalubri. E quindi occorrerebbe un incentivo concreto al consumo di alimenti e bevande sane. Solo a queste condizioni, si potrebbe parlare di un’azione seriamente informativa ed educativa nei confronti delle famiglie”.

 

Dolcezza: se ci abituiamo, ne vogliamo sempre di più

Ma si può davvero pensare che, ancora oggi, l’opinione pubblica ignori i rischi di una dieta sbilanciata sul versante dell’apporto di zuccheri? “Se osserviamo i piccoli che sciamano all’uscita della scuola materna, notiamo che quasi tutti hanno in mano bottigliette di succo di frutta o di tè. Che, in genere, sono bevande addizionate di zucchero. E, spesso, il percepito del genitore è che la presenza di frutta in un caso e la scelta di un prodotto deteinato dall’altro siano elementi sufficienti a darci una garanzia di qualità.

Ma la verità è che in quei prodotti c’è una presenza eccessiva di zuccheri. Dovremmo, invece, offrire ai nostri bambini spremute di frutta – l’arancia è quella che facilmente si può preparare a livello domestico – e tè deteinato al naturale, cioè come infuso”. D’altronde, oggi la vita è molto complicata. E non si può pretendere che genitori superimpegnati trovino sempre il tempo per preparare tutto a casa secondo le regole d’oro della buona nutrizione.

“Per i bambini più piccoli, va detto che i prodotti che rientrano nella categoria dei cosiddetti ‘baby food’ sono realizzati secondo criteri adeguati di selezione degli ingredienti e di bilanciamento nutrizionale studiati appositamente per la prima infanzia. E, per questo, disciplinati da una normativa specifica”, dice il pediatra. “In questo comparto, si trovano omogeneizzati, succhi, merende e tisane senza sale né zuccheri aggiunti, secondo le più aggiornate raccomandazioni per lo svezzamento e per un corretto percorso di educazione del gusto”.

 

Prime pappe: libertà “vigilata”

Le note dolenti sembrano arrivare soprattutto a svezzamento ormai consolidato. Quando il bambino inizia a essere inevitabilmente esposto al bombardamento di proposte che arrivano dal mercato più ampio degli snack e delle merendine rivolti a un pubblico “indifferenziato”. E come si concilia l’esigenza di guidare le sue scelte rispetto alla corrente sempre più influente e apprezzata che predica i vantaggi dell’autosvezzamento?

“Si tratta in effetti di un’impostazione bellissima, che valorizza il ruolo del bambino e il rispetto del suo istinto di autoregolazione. A patto che la famiglia sia rigorosa a monte nelle proprie scelte e attenta a ciò che porta in tavola. E comunque il problema del controllo delle porzioni si pone molto presto, anche in chi segue i dettami dello svezzamento tradizionale.

Se diamo subito al piccolo un omogeneizzato intero, rischiamo di incorrere nel rischio di eccessi proteici. Che portano alla proliferazione di quelle cellule adipose che poi si traducono fatalmente in una predisposizione a sovrappeso e obesità. Quanti sanno che un vasetto di omogeneizzato di carne da 80 grammi corrisponde al fabbisogno di almeno due pasti per un bimbo alle prime pappe?

Insomma, anche in chi segue una modalità di svezzamento aderente alla tradizione, l’errore più diffuso è proprio quello dell’eccesso proteico. E quanti sanno che due cucchiai colmi di formaggio grattugiato sulla pastina apportano tante proteine e troppo sale per un piccolo? Senza contare che nella preparazione delle prime pappe, gestita nel 60% dei casi dai pur bravissimi nonni, compare di norma una generosa aggiunta di formaggio come – appunto – si è sempre usato nelle famiglie italiane”.

 

Serve un dialogo con il pediatra

Occorre allora un’attenta opera di educazione nutrizionale. Che deve necessariamente passare dal pediatra di famiglia. Con cui stabilire un dialogo e un confronto puntuale sui temi della crescita aperto a tutte le figure educative che se ne occupano.

Spiega Venturelli: “Se, fino ai nove mesi/1 anno, i genitori mantengono una spiccata tendenza al controllo e al rispetto dei consigli dello specialista, poi subentra una stagione di transizione. In cui scattano gli inevitabili dubbi sulla presunta inappetenza del bambino e sul suo rifiuto selettivo di alcuni cibi. Così, in molte famiglie si fa strada l’erronea tendenza a compensare ‘caricando’ i piatti che sembra accettare di buon grado. Salta il primo? Allora diamogli più secondo. Non vuole il pasto canonico? Via libera a merende più robuste”.

L’obiettivo di una dieta sana, invece, è puntare a un’armonia e a un bilanciamento non solo calorico ma di equilibrio proporzionale fra i vari principi nutritivi. “E non basta dire che dopo l’anno il bimbo può mangiare di tutto. Perché il ‘fai-da-te’ rimane pericoloso. Se il piccolo si serve a piene mani, è concreto il rischio di danni potenziali. Il segreto, invece, è puntare a un’educazione alimentare che coinvolga tutta la famiglia. E che tenga alta la guardia sul menù quotidiano del bimbo anche dopo la fatidica boa del primo anno di vita, quando l’attenzione iniziale viene un po’ meno”, dice il pediatra.

 

Porzioni misurate a occhio: ecco il trucco contro il sovrappeso

Ma il problema resta: a fronte di pediatri sempre più oberati e di genitori sempre più stressati, come si fa a tenere alto il livello di attenzione su un aspetto pervasivo della quotidianità, come la programmazione e il controllo dei pasti? E, soprattutto, come conciliare la nostra alimentazione di adulti spesso alla ricerca di cibi “gratificanti” e anti-ansia – i famosi “confort food” – con l’esigenza di dare il buon esempio a tavola ai nostri figli?

“Occorre cambiare il nostro modo di pensare. Attribuendo all’alimentazione il ruolo centrale che merita. Se i genitori partono bene, con un’alimentazione fedele al modello della dieta mediterranea e un’adeguata porzionatura dei cibi già per se stessi, saranno attenti anche ai loro figli.

E, per cogliere l’obiettivo, non mancano trucchi e stratagemmi. Più che prescrivere una precisa grammatura che, alla prova dei fatti, diventa difficile da mettere in pratica, valgono le immagini visive delle porzioni. Esemplificate ricorrendo a un sistema di equivalenze fra oggetti d’uso comune – come una pallina da ping pong o un evidenziatore – presi a unità di misura e associati alle quantità raccomandate di principi nutrizionali.
Funziona così, per esempio, “L’alimentazione per immagini del bambino dai sei mesi ai tre anni” firmata da Sestante Edizioni e l’ATS di Bergamo, consultabile on line.

Un altro riferimento classico in questo senso è l’Atlante Fotografico Scotti-Bassani delle porzioni degli alimenti. E, comunque, fermo restando il riferimento primario del pediatra, è essenziale accedere a fonti autorevoli in tema di nutrizione infantile. Dal ministero della Salute ai contenuti on line delle principali società scientifiche o di testate giornalistiche di riconosciuto valore”, conclude il pediatra.

 

di Elisabetta Zocchi

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