Resistenza agli antibiotici: le misure per combatterla
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17 aprile 2019

Resistenza agli antibiotici: le misure per combatterla

È una minaccia concreta e immediata alla salute di ciascuno di noi, bambini e adulti, che deve essere combattuta rapidamente con ogni mezzo

Resistenza agli antibiotici: le misure per combatterla

Antibiotico-resistenza: è l’allarme lanciato dagli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, che hanno attivato un nuovo sistema integrato per coordinare su tutto il territorio nazionale la lotta ai batteri resistenti nel settore della medicina umana e in quello della veterinaria.

Una pericolosa capacità di adattamento

Forti del loro numero e della rapidità con cui si riproducono, i batteri hanno la capacità di evolvere velocemente, adattandosi agli ostacoli che incontrano nell’ambiente. Quando vengono esposti a un farmaco antibiotico, gran parte di loro muore, ma i pochi che per un casuale assetto genetico sono più resistenti degli altri all’azione del farmaco possono sopravvivere e, al momento di riprodursi, trasmettere ai discendenti questa loro proprietà. Generazione dopo generazione, la resistenza della popolazione batterica a quello specifico principio attivo si rafforza e prima o poi il farmaco diventa totalmente inefficace contro l’infezione.Entro certi limiti, questo fenomeno è inevitabile: col tempo qualunque antibiotico è destinato a diventare inefficace, finché i farmacologi non riusciranno a mettere a punto nuovi meccanismi d’azione in grado di aggirare questa abilità dei microrganismi.

Una scappatoia c’è

Già oggi, però, è possibile ostacolare e rallentare lo sviluppo di batteri resistenti usando in modo appropriato gli antibiotici che abbiamo. Il farmaco deve essere impiegato solo quando serve, cioè per combattere un’infezione batterica e non un’infezione virale, su cui gli antibiotici non hanno alcun effetto. Bisogna scegliere, per quanto è possibile, un principio attivo mirato in modo specifico contro il batterio responsabile dell’infezione, perché quelli ad ampio spettro favoriscono l’insorgere di resistenze. La dose deve essere appropriata e la somministrazione deve proseguire fino a quando tutti i batteri coinvolti sono stati eliminati, anche quelli blandamente resistenti, perché la caratteristica della resistenza non possa passare a successive generazioni e rafforzarsi.

La situazione in Italia

La diffusione di batteri resistenti agli antibiotici, dunque più difficili da combattere, costerà al nostro Paese 450 mila morti da qui al 2050, secondo una stima formulata dagli esperti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Dal punto di vista economico, la spesa prevista per il nostro Servizio Sanitario Nazionale sarà pari a 13 miliardi di dollari. “Già oggi le terapie, i ricoveri e gli interventi necessari per trattare le infezioni da batteri resistenti costano al contribuente italiano 5 euro a testa ogni anno”, dice Michele Cecchini, specialista di salute pubblica dell’OCSE, “e la situazione è destinata a peggiorare, perché nonostante la lieve flessione degli ultimi anni, il nostro Paese è tra quelli con il maggior consumo e il maggior abuso di antibiotici in Europa”.

Uno studio significativo

Pochi giorni fa l’AIFA ha pubblicato un rapporto sull’uso degli antibiotici in Italia nel 2017. Evidenzia che ogni giorno nel nostro Paese vengono consumate 25,5 dosi di antibiotico ogni mille abitanti, più della media europea. Infanzia e terza età sono le due fasce in cui se ne fa maggiore uso. Il 50% dei bambini nel primo anno di vita ha ricevuto nel 2017 almeno una prescrizione di antibiotico. La percentuale rimane la stessa nel secondo anno di vita e così via fino al sesto, poi cala progressivamente fino ad arrivare al 30% dei ragazzi di 13 anni. Il consumo è maggiore nel periodo di massima diffusione dell’influenza, a conferma del fatto che troppo spesso gli antibiotici vengono prescritti in modo inappropriato, per trattare un’infezione che è di origine virale.

Che cosa si può fare

“Evitare le prescrizioni inutili all’uomo, somministrare antibiotici agli animali d’allevamento solo quando ce n’è bisogno e solo dietro prescrizione del veterinario. E poi curare l’igiene negli ambulatori e negli ospedali tenendo gli ambienti ben puliti, lavando spesso le mani per interrompere la catena della trasmissione e limitare tutte le infezioni, quelle resistenti e quelle non resistenti. E ancora, implementare e utilizzare test rapidi per l’identificazione dei batteri responsabili di un’infezione, per trattarla col farmaco più appropriato. Curare le coperture vaccinali per le malattie infettive prevenibili, così da bloccare la loro circolazione. Segnalare alle autorità sanitarie e tenere sotto controllo i focolai di infezioni da batteri resistenti, per attrezzarsi e combatterli con le armi giuste”, dice Ranieri Guerra, Assistant Director General dell’OMS. Tutte queste azioni saranno coordinate in Italia nell’ambito del nuovo sistema integrato di lotta alle antibiotico resistenze, lo SPiNCAR, che promuoverà anche campagne di informazione rivolte agli operatori sanitari e ai cittadini.

Le società scientifiche combattono sullo stesso fronte

La Federazione Italiana Medici Pediatri è impegnata a sensibilizzare i propri iscritti e le famiglie sull’uso appropriato della terapia antibiotica. Ha infatti recentemente realizzato una campagna di comunicazione su web e social dal titolo ‘I consigli di Mio, Mia e Meo: insieme per un corretto uso dell’antibiotico’ che fornisce utili notizie per i genitori . Dobbiamo cercare di prescriverne di meno e, sia chiaro, non per ragioni economiche, per risparmiare sui farmaci, ma perché la loro efficacia presente e futura dipende dal loro uso appropriato”, osserva Mattia Doria, pediatra di famiglia e segretario nazionale alle attività scientifiche ed etiche della FIMP.

Cosa devono sapere i genitori

“Le famiglie devono sapere che la maggioranza delle infezioni che colpiscono comunemente i bambini è di origine virale: raffreddori, influenza e mal di gola spesso non sono causate da batteri e quindi non ha senso trattarle con antibiotici. In questi casi, non c’è da stupirsi se il pediatra che ha visitato il bambino non prescrive una terapia antibiotica ma solo un farmaco per lenire i sintomi. Non sta trascurando il problema del bambino, ma sta mettendo in pratica una strategia terapeutica che si chiama attesa vigile, molto valida ad esempio nella gestione dell’otite media acuta. Nelle successive 48-72 ore i genitori si terranno in contatto col medico comunicandogli eventuali cambiamenti della situazione e, se necessario, il pediatra visiterà nuovamente il piccolo”.

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Un uso appropriato

“Quando c’è il sospetto che un’infezione sia di natura batterica, il medico in ambulatorio dispone di una serie di test diagnostici rapidi che aiutano a definire se una determinata infezione possa essere di origine batterica o virale”, spiega Doria. “Sono tamponi faringei, stick urinari, test della proteina C reattiva. In pochi minuti, il risultato permette al pediatra di prescrivere l’antibiotico necessario”. È importante, poi, che le famiglie seguano scrupolosamente le istruzioni della prescrizione. “Il dosaggio, gli orari di somministrazione e, soprattutto, la durata del trattamento sono fattori importanti per combattere le resistenze”, dice Doria. “Spesso dopo le prime 48 ore di assunzione di un antibiotico i sintomi della malattia scemano rapidamente e il paziente sta meglio. Non vuol dire che sia completamente guarito e sarebbe un errore interrompere a questo punto la somministrazione: si favorirebbe la sopravvivenza e la proliferazione dei batteri più resistenti”.

No al fai da te

Nell’uso degli antibiotici, ovviamente, va bandito il fai da te. Conservare un antibiotico nell’armadietto dei medicinali di casa per usarlo “al bisogno” senza sentire il medico sarebbe un errore. “L’antibiotico è un farmaco che necessita di specifica prescrizione”, dice il pediatra. “Usarlo a sproposito non è solo inutile, ma dannoso, perché impoverisce la flora batterica di chi lo assume, provocando disturbi gastrointestinali. Inoltre, non è detto che lo stesso antibiotico usato in passato per curare un’infezione vada bene per curarne una nuova, anche se simile. Non ha senso conservarne in casa”.

Se l’infezione è resistente

Un rapporto recente del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie attribuisce buona parte della responsabilità dello sviluppo di batteri resistenti all’uso spregiudicato di antibiotici sugli animali degli allevamenti. Il rapporto inoltre segnala la diffusione in Europa di ceppi resistenti di Salmonella e Campylobacter, patogeni tipici degli animali che nell’uomo possono provocare infezioni gastrointestinali. C’è il rischio che mangiando carne infetta o bevendo latte non pastorizzato, il bambino possa contrarre una di queste malattie? “Le materie prime per l’alimentazione dei bambini devono essere di provenienza sicura. Quelle in vendita nei negozi e nei supermercati sono controllate”, risponde Mattia Doria, “e naturalmente la carne deve essere ben cotta per eliminare qualsiasi contaminazione. Stesso discorso vale per il latte, che deve essere pastorizzato oppure bollito, per uccidere eventuali patogeni. Il problema delle infezioni antibiotico-resistenti di provenienza animale è dovuto alla diffusione di batteri resistenti che si diffondono nell’ambiente e raggiungono l’uomo indipendentemente dal consumo di alimenti contaminati”. Che fare se un bimbo è colpito da un’infezione causata da batteri resistenti all’antibiotico? “Se col passare dei giorni le condizioni del bambino non migliorano nonostante la terapia, i genitori devono rivolgersi al pediatra che rivaluterà la situazione”, osserva Doria. “Esistono raccomandazioni basate su accurate linee guida nazionali e internazionali che prevedono gli interventi corretti da mettere in atto in questi casi”.

di Maria Cristina Valsecchi

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