Prime parole in azione | Io e il mio bambino
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27 dicembre 2018

Prime parole in azione

Il linguaggio è un fenomeno affascinante, oggetto da sempre di studi e ricerche. Oggi si sa che anche il movimento e i gesti hanno un ruolo nel suo apprendimento

Prime parole in azione

La capacità di parlare sembra emergere quasi per magia: fino a ieri solo buffi gorgheggi e, all’improvviso, le prime parole. Poi, gradualmente, il vocabolario si arricchisce. Ma come avviene l’apprendimento del legame tra cose, fonemi e parole scritte? Quali esperienze influiscono su queste competenze e c’è modo di accelerare i tempi, mettendo a frutto la capacità dei piccoli di assorbire conoscenze, per accostarli più precocemente alla lingua e, addirittura, alla scrittura? E con quali benefici?

Dal gioco alle regole, con il metodo Montessori

L’anno scorso è uscito in libreria un saggio inedito di Maria Montessori: Psicogrammatica (Franco Angeli). Scritto nel 1934, ora è disponibile con le annotazioni della sua allieva Grazia Honegger Fresco, che è anche presidente onorario del Centro Nascita Montessori di Roma, e di Clara Tornar, ordinario di pedagogia dell’Università di Roma Tre. “All’epoca in cui lo scrisse, la Montessori si trovava in Spagna e gli eventi della storia, la guerra civile, le impedirono di pubblicarlo”, spiega Honegger Fresco. “Ma il suo contenuto, le proposte per guidare i bambini verso la comprensione delle regole del linguaggio attraverso il gioco, il movimento e la sperimentazione erano conosciute e sono adottate da tempo nelle scuole Montessori più attrezzate. Riproporre quelle idee oggi è importante più che mai, di fronte all’impoverimento della nostra lingua e al dilagare dell’analfabetismo funzionale”. Gioco, sperimentazione e movimento sono le parole chiave del metodo Montessori per insegnare ai piccoli le regole della grammatica. “Per imparare, i bambini hanno bisogno di un contatto diretto con l’oggetto di studio, di sperimentare”, dice Honegger Fresco. “E di movimento. Oggi l’insegnamento nelle scuole tradizionali è ancora statico, poco coinvolgente. La Montessori propone invece giochi che comportano un movimento ordinato e non caotico. E attività di collaborazione: lettura di fiabe, costruzione di storie. Anche l’uso di materiali creati appositamente, come speciali forme geometriche da associare alle parti del discorso: un triangolo nero per il sostantivo, un cerchio rosso per il verbo, un triangolo verde per l’aggettivo, e così via”. Un metodo così potrebbe coinvolgere anche bimbi in età prescolare? “L’approccio descritto dalla Montessori e gli ausili manuali sono pensati per i bambini delle elementari”, osserva la pedagogista. “Non credo che sia opportuno utilizzarli con i più piccini, tentando di precorrere i tempi e insegnare la grammatica a 2 o 3 anni. Lo sviluppo ha tappe ben precise, che non vanno forzate. Prima vengono le esperienze sensoriali: toccare, guardare, gustare, fare la conoscenza diretta delle cose. Poi viene il tempo delle conquiste cognitive, come l’apprendimento delle regole del linguaggio. Nei primi 3 anni, il bimbo assorbe il linguaggio dai genitori e da chi si relaziona con lui. Solo verso i 5 anni è pronto per acquisire la consapevolezza delle regole che governano il linguaggio. Può capitare che un piccolo mostri un interesse precoce per la scrittura. In tal caso, va assecondato”.

Lettori precocissimi

Insegnare a leggere ai più piccini, fin dal primo anno, è lo scopo che si prefigge il metodo delle carte colorate, che ha guadagnato un seguito crescente nel mondo anglosassone. Consiste nel sottoporre il bimbo di pochi mesi a sessioni quotidiane di gioco con grandi carte colorate su cui campeggia una lettera dell’alfabeto, un nome che comincia con quella lettera e la figura corrispondente. Per esempio M per MELA e il disegno del frutto. “Ma imparare a riconoscere la lettera M nella parola MELA non vuol dire imparare a leggere”, dice Honegger Fresco. “Leggere vuol dire associare suono e significato a ogni parola e comprendere il senso di una successione di parole che formano una frase. Richiede competenze che un bimbo di un anno non ha. È vero che, nei primi mesi, la capacità di assorbire informazioni è di gran lunga superiore rispetto agli adulti, ma non è questo il modo giusto per favorire l’acquisizione del linguaggio. Bisogna parlare con i bimbi, anche quando sono troppo piccoli per capire”. Non c’è nulla di sbagliato nell’accostarli alla lettura. Al contrario, è quello che raccomandano i pediatri. “Ma piuttosto che mostrare al piccolo una successione di carte perché memorizzi le forme, meglio che papà e mamma gli leggano una fiaba, coinvolgendolo nel racconto”, osserva Stefano Vicari, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “La relazione con i genitori, l’educatrice del nido, le figure di riferimento e i coetanei è determinante per l’apprendimento delle prime parole e lo sviluppo del linguaggio. Perché i piccoli hanno la capacità innata di imparare a parlare, ma il linguaggio non emerge da solo. Richiede l’imitazione dell’altro e quanto più il bimbo gioca, comunica e interagisce con gli altri, tanto prima e più facilmente imparerà a parlare. Sfogliare un libro insieme, condividere una storia sono esperienze che trasmettono la curiosità e l’amore per la lettura, legandola indissolubilmente al rapporto di amore con i genitori. Il bambino che fin da piccolo impara a riconoscere le lettere dell’alfabeto non diventerà per questo un genio. Insegnare ad amare i libri, invece, è un investimento per il futuro”.

Sì al “linguaggio dei segni”

Ancor prima della scrittura e della parola, la comunicazione dei bambini passa attraverso le espressioni e i gesti. È possibile insegnare a un bimbo di pochi mesi a comunicare i propri bisogni attraverso un codice gestuale? C’è chi ha creato un vero e proprio “linguaggio di segni dei bambini” e lo illustra ai genitori perché possano trasmetterlo ai figli. “Senza far ricorso a un linguaggio codificato, di certo aiuta insegnare ai piccoli dei semplici gesti con cui comunicare che hanno fame o sonno”, spiega Vicari. “Il neonato piange perché non ha altro modo per attirare l’attenzione e farsi capire. Crescendo, il bimbo impara a usare altri strumenti. Certo non smetterà di piangere, ma la sua capacità di comunicare migliorerà”. Basta che mamma e papà ripetano sempre lo stesso gesto quando annunciano al piccolo che la pappa è pronta, per esempio accarezzarsi la pancia e dire “gnam gnam”, perché impari a ripeterlo e usarlo. “La comunicazione con i gesti è un preludio della parola”, spiega il neuropsichiatra. “Ci sono genitori che fingono di non capire quello che il bimbo vuole comunicare loro in questo modo, per sollecitarlo a usare le prime parole. È un errore: gesti e parole non sono in concorrenza. Ignorare i gesti di un bambino vuol dire frustrare il suo desiderio di comunicare. Bisogna invece incoraggiarlo, perché così si favorisce l’acquisizione del linguaggio parlato”.

Se c’è un intoppo con le prime parole

Nei tempi di apprendimento c’è grande variabilità individuale: alcuni bimbi parlano prima, altri impiegano più tempo. Ci sono, però, tappe ben precise, indicatori affidabili di un corretto sviluppo. “Intorno ai 12 mesi ci aspettiamo che il bimbo pronunci le prime parole”, spiega Vicari. “Entro i 18 mesi, che combini le singole parole formando le prime frasi. A tre anni di solito i piccoli sono in grado di usare correttamente le regole della grammatica della lingua madre e a quattro dovrebbero parlare come adulti, per poi arricchire il vocabolario negli anni successivi. Un ritardo dell’acquisizione del linguaggio entro i primi tre anni di vita non ci preoccupa più di tanto, purché il bambino non abbia problemi di comunicazione, cioè difficoltà di farsi capire anche con lo sguardo, l’espressione del viso, i gesti. In questo caso, anche prima dei tre anni è necessario rivolgersi a un neuropsichiatra infantile, perché il ritardo potrebbe essere sintomo di un problema di udito o di un disturbo dello spettro autistico o di una condizione neurologica. Il neuropsichiatra all’occorrenza si avvarrà dell’aiuto di altre figure professionali, come quella del logopedista, a cui però non spetta il compito di fare diagnosi”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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