Prematuri e infezioni in ospedale: sempre più alta la sopravvivenza

08 febbraio 2019

Prematuri: oltre l’85% viene salvato grazie a cure di alto livello

I bambini nati pretermine, a causa dell'immaturità del loro sistema immunitario, sono molto suscettibili all'attacco di virus e batteri, anche quelli normalmente considerati innocui. Nonostante ciò, in Italia le loro speranze di sopravvivenza sono piuttosto alte

Prematuri: oltre l'85% viene salvato grazie a cure di alto livello

Il tasso di mortalità dei neonati con un peso inferiore a 1500 grammi è tra i più bassi del mondo ed è in continua diminuzione grazie all’elevatissimo livello di assistenza raggiunto dalle  Terapie Intensive Neonatali.  “Negli anni ’70 moriva circa il 60% di loro, oggi invece sopravvive oltre l’85%”, spiega Fabio Mosca, Presidente della Società Italiana di Neonatologa. “Purtroppo, però, le procedure invasive necessarie per tenerli in vita – come cateteri intravascolari, ventilazione meccanica e drenaggi -, rappresentano un ulteriore fattore di rischio per l’insorgenza di infezioni”. In quanti le sviluppano? “Il 4-5% dei piccoli nati con un peso sotto i 1500 grammi ha una sepsi precoce trasmessa dalla madre al momento della nascita, mentre il 15-20% ha una sepsi tardiva, che compare cioè dopo 72 ore”, spiega il Presidente.

Cosa può mettere a rischio la vita dei prematuri?

“Purtroppo, nonostante l’alto livello delle cure, c’è un 15% di prematuri che non ce la fa. Come è avvenuto recentemente agli Spedali Civili di Brescia e all’Ospedale Umberto I di Roma: entrambi centri eccellenti”, dice Fabio Mosca. Responsabili dei decessi sono state gravi malattie che colpiscono soprattutto i neonati ad alto rischio: l’Enterocolite Necrotizzante, o NEC, e l’infezione da Serratia marcescens.

“L’Enterocolite Necrotizzante è una malattia gastrointestinale le cui cause non sono del tutto chiare. Sicuramente, sono in parte correlate a bassi livelli di ossigeno nel sangue, che possono determinare lesioni sulla superficie interna dell’intestino. Queste ulcerazioni consentono ai batteri normalmente presenti nell’organo di entrare nel torrente ematico e di causare l’infezione (sepsi): una condizione che, nelle persone immunodepresse, può portare a shock settico (sindrome sistemica potenzialmente letale che coinvolge l’intero organismo)”, spiega Pierangelo Clerici, presidente AMCLI dell’Associazione dei Microbiologi Clinici Italiani.

Quanto alla Serratia marcescens, è un enterobatterio presente comunemente nelle acque superficiali e di scarico, nel suolo, sulle piante, negli insetti, negli animali e anche nell’intestino dell’uomo. “Nonostante tutte le misure di profilassi che si possono attuare, dal lavaggio delle mani, all’utilizzo di camici monouso, ecc… è difficile estirparlo completamente dall’ambiente ospedaliero. Il problema sorge soprattutto se ceppi super-resistenti infettano pazienti estremamente fragili, che non possono assumere tutti gli antibiotici a disposizione. Le armi per combatterli, però, ci sono”, spiega Pierangelo Clerici.

Come ridurre gli eventi avversi?

Per limitare ulteriormente la mortalità dei bambini prematuri occorre lavorare su due fronti. “Da un lato, bisogna cercare di ridurre le cause della prematurità, patologia multifattoriale che può essere connessa a età materna avanzata, malattie insorte quali diabete e ipertensione, stili di vita – fumo, consumo eccessivo di alcol, stress”, spiega Fabio Mosca. “Dall’altro, è necessario migliorare sempre di più la rete ostetrico-neonatologica: è fondamentale disporre di reparti di Terapia Intensiva Neonatale (TIN) ben attrezzati ed adeguatamente distribuiti sul territorio nazionale oltre che di un numero sufficiente di medici e infermieri. In Italia, partiamo da un livello molto alto – le circa 100 Terapie Intensive Neonatali ottengono ottimi risultati se confrontate con le circa 900 del resto del mondo che partecipano a network Internazionale – ma c’è sempre un margine di miglioramento”.

Quanto è importante puntare sull’assistenza offerta in gravidanza

C’è una correlazione tra l’assistenza offerta in attesa e la percentuale di parti prematuri. “In Paesi in cui le risorse sono più limitate rispetto all’Italia, quest’ultima è circa il 10-11%, mentre da noi si aggira intorno al 7%. Si evince allora quanto sia importante l’assistenza di un ginecologo – ospedaliero o del consultorio ad esempio – in grado di valutare i fattori di rischio di un parto pretermine e intervenire tempestivamente”, spiega Fabio Mosca. In presenza, ad esempio, di infezioni ricorrenti delle vie urinarie, di malformazioni uterine e di altri fattori di rischio, questi ha la possibilità di analizzare le condizioni della futura mamma in maniera più approfondita grazie a un esame di screening: la cervicometria, che consiste nella misurazione della lunghezza del collo dell’utero. Quando questo risulta molto raccorciato, si può valutare l’opportunità di praticare il cerchiaggio – cioè l’applicazione di un nastro rigido sul collo dell’utero -, che consente di limitare i rischi di un parto prematuro.

 

di Michela Crippa

foto di Chiara Diomede per “Io e il mio bambino”

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