Piede torto: adesso si risolve così. Il metodo Ponseti

13 novembre 2019

Piede torto: adesso si risolve così

Un tempo fonte di grande preoccupazione per i genitori, oggi questo difetto congenito si può curare in maniera efficace

Piede torto: adesso si risolve così

È un problema che si presenta fin dai primissimi mesi di vita del bambino: il cosiddetto piede torto è, infatti, una delle deformità congenite più frequenti. Si stima che possa riguardare un bambino su mille, con un rapporto maschi-femmine di 2 a 1. Un tempo, per correggerlo, si doveva ricorrere a trattamenti invasivi, mentre oggi cure più efficaci e ben tollerate dal piccolo permettono di ottenere buoni risultati e gli consentono di muovere i primi passi come i coetanei.

Si manifesta già alla nascita

“Il piede torto è una deformità per cui la punta del piede si dirige verso l’interno e verso il basso”, spiega Manuele Lampasi, ortopedico, responsabile del Centro specialistico di Neurortopedia dell’AOU Meyer di Firenze e specializzato proprio in questa patologia. “Si parla di piedino torto vero e proprio se la deformità non è riducibile, cioè se la posizione non può essere completamente corretta con le mani”.

In presenza del disturbo, ci sono alcuni segni caratteristici, ognuno con un nome specifico, che guidano gli specialisti verso la diagnosi: la caviglia non può essere portata verso l’alto (equinismo), il tallone – visto da dietro – è deviato verso l’interno (varismo) e il piede – visto dal basso – curva verso l’interno (adduzione).

Ma quali sono le cause? “Nella maggior parte dei casi non sono note, anche se oggi numerosi studi si stanno concentrando sull’indagine delle cause genetiche e ambientali”, spiega l’esperto. “È una deformità che si sviluppa nei primi quattro mesi di gravidanza”. La posizione podalica durante l’attesa non è responsabile, mentre può effettivamente avere un peso la familiarità stretta, cioè mamma, papà o fratellini che hanno avuto lo stesso problema.

Una diagnosi a tappe

Nella maggior parte dei casi è un problema che si può individuare quando il piccolo è ancora nel pancione. “Nel 50-70% dei casi si può vedere già durante l’ecografia morfologica, che si esegue intorno alla 20ª settimana di gravidanza”, dice l’ortopedico. Scoprirlo così presto può essere utile per effettuare ulteriori accertamenti, in modo da verificare che il piede torto non si accompagni ad altre patologie (questo avviene nel 5-10% dei casi), ma occorrerà aspettare la nascita del piccolo per capire esattamente quanto sia seria la deformità. “Esistono, infatti, alcuni falsi positivi, cioè casi in cui è stata fatta in gravidanza una diagnosi di piede torto, che però si rivela del tutto normale alla nascita del bambino”.

Il medico ortopedico dovrà, in seguito, differenziare tra piede torto vero e malposizione del piede, cioè un atteggiamento “benigno”, che può essere corretto con manipolazioni e fisioterapia. In questi casi le ossa si sono sviluppate normalmente nei primi 4 mesi, ma la posizione del piedino, “schiacciato” contro le pareti dell’utero nella fase finale della gravidanza, ha causato una deformità temporanea, facilmente risolvibile.

Tutte queste valutazioni saranno fatte dall’ortopedico alla nascita. “È importante eseguire un’accurata visita specialistica precoce in presenza di un sospetto piede torto, perché il sistema osseo dei neonati è molto duttile e le strutture rispondono meglio al percorso di correzione”, consiglia l’esperto.

Piede torto: le soluzioni di ieri e di oggi

Nel caso si tratti di piede torto vero, quali sono le cure più efficaci? “Attualmente, in Italia, il metodo più usato è il cosiddetto Ponseti, che ha l’obiettivo di spingere la punta del piedino verso l’esterno attraverso l’applicazione di una serie di gessi, senza ricorso alla chirurgia, come invece avveniva nella maggior parte dei casi fino a pochi anni fa”, afferma l’esperto. Sono tre le fasi che caratterizzano, in sequenza, l’applicazione di questo metodo.

“Approcci alternativi, come il cosiddetto ‘metodo funzionale o francese’ basato su bendaggi, manipolazioni e fisioterapia, che a lungo sono stati molto diffusi in alcuni centri, oggi sono assai meno usati”, spiega il dottor Lampasi. “Un’altra alternativa è l’intervento chirurgico, che fino a qualche anno fa rappresentava la prima scelta terapeutica, e che oggi viene invece riservato a quei rari casi in cui trattamenti meno invasivi, come il Ponseti, non danno risultati”.

Metodo Ponseti: un trattamento in 3 fasi

Step 1: manipolazioni e gessi. Dopo una valutazione iniziale, è prevista una serie di sedute, generalmente settimanali. “In queste occasioni, lo specialista pratica manipolazioni correttive e, poi, ingessa il piede nella posizione desiderata”, spiega l’otopedico. Le manipolazioni non sono dolorose: si tratta di uno stretching leggero, che dura da pochi istanti a pochi minuti e precede l’applicazione del gesso. “I gessi partono dall’inguine e arrivano fino alla punta delle dita, che viene lasciata scoperta per verificare la tenuta della posizione. Il ginocchio è collocato a un angolo di circa 90°”. Obiettivo: spingere, progressivamente, la punta del piedino verso l’esterno, senza forzare le strutture ossee. Il gesso viene cambiato, in genere, ogni settimana. “Durante i giorni trascorsi con il gesso, le strutture del piede – ossa, articolazioni, legamenti – si abituano alla nuova posizione e si rilassano: così, una volta rimosso, si ha la possibilità di spingere ulteriormente il piede verso una posizione più corretta”, spiega l’esperto. Ma quanti gessi occorrono? “Il numero è variabile: dipende dalla rigidità del piede e dalla gravità del problema. Possono bastarne due, per i casi lievi, ma si può arrivare fino a 7/8 in quelli più severi”, dice l’ortopedico.

Step 2: le microincisioni del tendine. Finita questa fase, nella maggior parte dei casi, si passa alla cosiddetta “tenotomia” del tendine d’Achille. “Si tratta di una microincisione non invasiva e che non richiede punti di sutura, che viene eseguita – in anestesia locale o generale, a seconda dei centri – sul tendine di Achille in modo da ‘farlo cedere’”. Di solito, infatti, l’equinismo (cioè il fatto di non riuscire a portare la caviglia verso l’alto) è legato all’insufficiente lunghezza del tendine: come se fosse un elastico troppo corto che impedisce al piede di spingere la punta verso l’alto. Incidendolo, si “allenta”, cicatrizzando poi da solo nei giorni successivi. “Per 20 giorni dopo l’intervento al bambino verrà messo un ulteriore apparecchio gessato che, immobilizzando il piede, favorisce la cicatrizzazione”.

Step 3: i tutori. Una volta tolto l’ultimo gesso, serve un periodo di “mantenimento”, in cui sono indispensabili i tutori, per evitare il rischio – concreto – di recidive. “Si tratta di tutori ‘in abduzione’, costituiti da due scarpine raccordate da una barra, che tiene i piedi ruotati verso l’esterno”. Per circa tre mesi il bambino dovrà portarli tutto il giorno, per 23 ore: è prevista un’ora di ‘piedini liberi’, scalzi. Poi, si scala: all’inizio si indossano 18-19 ore, quindi si riduce di un’ora al mese fino ad arrivare, quando il piccolo cammina, a portarli solo la notte. Il trattamento si conclude a 4 anni e mezzo-5. “A questa età, si riduce notevolmente il rischio di recidiva”.

Le cure non sono dolorose

La diagnosi del disturbo inizialmente spaventa mamma e papà. E una delle preoccupazioni riguarda i tutori previsti dal metodo Ponseti: i genitori, infatti, si chiedono se daranno fastidio al piccolo. “Tendenzialmente i tutori sono ben tollerati dai bambini”, rassicura Lampasi. Certo, i primi giorni si devono abituare, ma nella maggior parte dei casi il tutore viene accettato serenamente e, quando sono più grandicelli, finisce per diventare ‘un rito’ indossarlo prima della nanna”. Il tutore, insomma, non è una “gabbia”. “Lascia comunque le ginocchia libere, per cui il bimbo può sgambettare. E, quando sarà pronto per camminare, dovrà tenerlo solo di notte, per cui non costituirà un ostacolo al suo sviluppo motorio”.

L’importante, come sempre, è affidarsi ai consigli dello specialista, senza improvvisazioni. “È fondamentale, inoltre, portare a termine il percorso, con un uso puntuale dei tutori”, afferma l’ortopedico.

No alle scarpine ortopediche

“È consigliabile non usare le scarpe ortopediche cosiddette ‘a biscotto’, costituite da due calzature dritte e simmetriche, cioè la destra è uguale alla sinistra, senza la tipica curvatura verso l’interno, proprio per evitare qualsiasi spinta della scarpa in quella direzione”, avverte l’esperto. “Utilizzate in passato nel metodo classico chirurgico – e quindi ancora prescritte di routine nei centri legati alle metodiche precedenti – risultano non solo per lo più inutili, ma anche dannose, in quanto la loro rigidità, tipica delle calzature, rischia di ‘addormentare’ la muscolatura dei piedi, compromettendone la flessibilità”.

Rimarrà qualche “strascico”?

“Con il metodo Ponseti, nella maggior parte dei casi si raggiungono ottimi risultati, grazie ai quali la funzionalità del piede è completa”, afferma l’esperto. “Alcuni esiti, che possono rimanere, non sono legati al trattamento, ma alla patologia stessa: ad esempio, può succedere che il piedino interessato resti un po’ più corto dell’altro o della media, se il problema era bilaterale. Oppure che un polpaccio rimanga lievemente più sottile dell’altro o, ancora, la gamba appena più corta”. Si tratta di sequele valutate nel corso dei controlli periodici che vanno effettuati nell’arco della crescita. In genere, non provocano disturbi funzionali significativi e si può ricorrere eventualmente all’utilizzo di solette di compenso, mentre nei casi seri il bambino dovrà portare calzature di taglia diversa.

 

di Benedetta Strappi

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