Montessori: un metodo che mette il bambino al centro

23 ottobre 2019

Montessori: un metodo che mette il bambino al centro

In occasione dell’uscita di “Gioca e impara con il Metodo Montessori”, facciamo il punto con la studiosa oggi considerata l’erede più autorevole del pensiero della grande filosofa dell’educazione

Montessori: un metodo che mette il bambino al centro

Il bambino è felice quando produce qualcosa e questo suo fare corrisponde a un orientamento spontaneo, interiore. E un bravo educatore non deve agire al centro, cioè su di lui, ma alla periferia, mettendogli intorno tutte le cose che gli servono per fare – e crescere – “da solo”. Due idee che hanno una forza rivoluzionaria e che riassumono il nucleo del pensiero della più grande filosofa italiana dell’educazione, Maria Montessori.

A distanza di un secolo, tante delle sue intuizioni e teorie trovano una stupefacente conferma negli studi di neuroscienze sullo sviluppo del cervello. Per chi voglia accostarsi a questa proposta educativa, ogni giovedì è disponibile, in esclusiva con il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, Gioca e impara con il Metodo Montessori”. Un’opera in venti volumi illustrati, che toccano vari aspetti dello sviluppo infantile. Come socializzare, giocare, mettere in ordine e scoprire i numeri. Ne parliamo con la curatrice, Grazia Honegger Fresco, che è stata allieva di Maria Montessori ed è oggi la più autorevole interprete della sua eredità scientifica e culturale.

La filosofia educativa di Maria Montessori è attuata in tutti i continenti: come si spiega un appeal così forte?

Maria Montessori è partita osservando i bambini: questo è il suo grande segreto. E ha chiesto ai suoi allievi di fare altrettanto. Senza applicare in modo ripetitivo una metodologia come se fosse una normativa astratta. Ecco perché esistono scuole montessoriane poverissime nei boschi della Tanzania, così come scuole modello nelle principali metropoli occidentali.

Il principio alla base di questo successo è semplice: se osserviamo i bambini lì dove vivono e come sono, saranno loro a indicarci di cosa hanno bisogno. Il segreto è seguire il bambino. E, poi, occorre dare le regole giuste, per proteggere il piccolo che fa le sue prime esperienze. Se lo osserviamo con rispetto, come un organismo in crescita con un grande cervello e misteriose potenzialità, allora arriviamo a considerarlo come un essere umano in grado di cogliere dall’ambiente tutto ciò che gli occorre.

Il compito dell’adulto, allora, è preparargli un ambiente nutriente, che risponda ai suoi interessi. Se vuole stare per terra, non lo posso obbligare sulla sedia. Se vuole stare da solo o con gli amici, devo offrirgli questa duplice possibilità. Inizialmente si tratterà di un piccolo gruppo, che è la modalità di socializzazione tipica dei primi anni. Poi arriverà il grande gruppo, quando il cammino della crescita lo avrà portato alla conquista di un benessere interiore che è la premessa per entrare in relazione con gli altri senza atteggiamenti aggressivi o di prevaricazione. E non si tratta di condotte riconducibili a una valutazione etica, ma di comportamenti fisiologici nelle fasi iniziali di crescita.

Il bambino non è certo un “piccolo selvaggio”, ma una persona che comincia a capire la concatenazione dei fatti, la scansione del prima e dopo. Già alla fine del secondo anno di vita, vediamo quanto è consapevole e quante iniziative positive sa già prendere. A patto che si senta rispettato. Ma non fraintendiamo: rispetto non vuol dire “fai quello che ti pare” o “arrangiati”.

Il bambino ha bisogno di regole: cioè che l’adulto gli dia una grande libertà in uno spazio circoscritto. Se a un anno gli permettessimo di andare ovunque, si metterebbe in pericolo. Per converso, dobbiamo evitare di trattare bambini di 8 o 10 anni come se fossero bebè, con troppi limiti e proibizioni. Quindi, occorre predisporre un ambiente idoneo via via che il bambino cresce, nelle varie epoche del suo cammino evolutivo.

Fra i principi fondamentali del metodo Montessori c’è l’educazione all’autonomia in un contesto protetto. Come aiutare il bimbo a sentirsi sicuro nel suo spazio e a fare da sé?

Le autrici hanno posto grande attenzione all’esemplificazione delle esperienze che possono essere condivise in famiglia, soprattutto nella seconda infanzia. Ma la conoscenza dei principi ispiratori della pedagogia di Maria Montessori è fondamentale fin dalla prima infanzia, perché niente nasce dal niente. Il bambino piccolo mostra un grande bisogno di continuità che non va confuso con una ricerca ossessiva di ordine, ma con un’esigenza di stabilità.

Quando iscriviamo un bimbo al nido o in una scuola d’infanzia, dobbiamo procedere con gradualità. E lo stesso vale quando lo affidiamo alle cure di una tata. Un altro elemento è la regolarità delle abitudini che per lui è rassicurante. I primi anni devono essere nutrienti dal punto di vista del linguaggio, con canti, ninne nanne, le parole giuste… Non grandi discorsi, ma un dialogo affettuoso che accompagni la pappa, le coccole, le prime letture. Senza storpiature per scimmiottare il linguaggio infantile, bensì parole precise che possa ascoltare e assorbire.

Un altro aspetto centrale è la libertà dei movimenti. Non mettiamolo seduto se ancora non sa farlo da solo, non esortiamolo a camminare in anticipo. Rispettiamo i suoi tempi. Entro i 3 anni, salvo particolari problemi, tutti i bimbi arrivano a parlare, camminare, correre e saltare. Anche se le tappe vengono raggiunte un po’ prima o dopo.

Si sottolinea il valore di un’educazione “lenta”, in cui i genitori si prendono il tempo per mostrare al piccolo le azioni della quotidianità come “al rallentatore”: una via verso l’indipendenza, preziosa per il bimbo ma che chiede impegno da parte di adulti spesso frettolosi…

Il bambino ha una memoria formidabile: basta una sola dimostrazione, a patto che sia “rallentata”, perché non la dimentichi più. Approfittiamo di un tranquillo sabato sera per mostrargli come si apre e chiude una porta, come si ripongono le cose in una scatola, come si sistemano abitini e scarpine prima di coricarsi. Cinque minuti bastano per gesti rassicuranti che creano un rituale e formano un ordine mentale. Una volta stabilita una sequenza di questo tipo, sarà il bimbo stesso – verso i due anni – a volerla ripetere persino se noi ce ne dimenticassimo.

Un concetto chiave è che il bambino deve poter sbagliare senza essere subito corretto dal genitore: l’aiuto non richiesto può rivelarsi più un impaccio che un incentivo. Eppure, tanti genitori sono preoccupati di iperproteggere i  figli, anche dalle frustrazioni…

Niente aiuti per chi sa già fare da solo: se un bimbo è capace di prendere un biscotto e portarlo alla bocca, meglio non metterglielo in mano. E nemmeno dargli tutta la scatola. Basta proporne due o tre su un piatto, perché scelga. Bisogna sempre attenersi a una misura, quella che intendiamo dargli e che lui avverta come protettiva. Se è in grado di mangiare da solo, diamogli un piatto non di spaghetti ma, magari, di rigatoni o fusilli non troppo grandi, che possa raccogliere facilmente con un cucchiaio adatto o che possa – se gli piace – afferrare con le mani. E se si sporca, pazienza.

Gli adulti vanno talmente di fretta da dimenticare quanto sia prezioso e fuggevole il primo anno di vita. Invece, quando si decide di mettere al mondo un figlio, bisognerebbe avere la forza di dire a se stessi che, per un paio d’anni, i suoi bisogni e i suoi tempi dovranno avere la priorità sulla nostra tabella di marcia. Al bambino servono rallentamenti e frenate, altrimenti il flusso precipitoso delle cose e del tempo lo frastorna e lo angoscia. Ha bisogno ogni giorno di momenti tranquilli in cui possa guardare la mamma e sentirsi restituito lo sguardo. E lo stesso con il papà.

Le persone che si prendono cura di lui devono fargli sentire la loro presenza con calore, reciprocità di gesti e sentimenti. E questo lo fa sentire protetto. Mai denigrarlo: “sei uno sciocco” o “sei incapace”. Termini simili non dovrebbero esistere nel linguaggio di un genitore amorevole e attento. Piuttosto prospettiamogli una soluzione logica che lo aiuti senza correggerlo, né umiliarlo.

Tutta la pedagogia di Montessori è volta a evitare premi e castighi, voti e giudizi e anche la competizione è ritenuta lesiva della dignità del bambino. Come coniugare libertà e limiti?

Tutto sta nell’attenzione all’ambiente. Che cosa gli metto intorno? Non troppe cose: no alle montagne di giocattoli quando gli può bastare una scatolina e tre pigne con cui soddisfa la passione, tipica del secondo anno, del mettere dentro e tirare fuori, introdurre ed estrarre oggetti da un contenitore, riempire e svuotare, sfilare e infilare. Queste attività di tipo binario – che ho chiamato “alfabeto del lavoro umano” – ripetute a piacere, appassionano i piccoli e li gratificano. E amano tirar fuori e riordinare i loro libretti da scaffali alla giusta altezza. Ecco perché, fin dalla gravidanza, la casa andrebbe ripensata non solo per sgombrare il campo dai pericoli, ma anche per prevedere spazi a misura di bambino, in cui possa agire spontaneamente senza mettere a repentaglio la sua incolumità, né  rischiare di sciupare gli oggetti a cui gli adulti tengono.

Montessori è stata fra le prime donne in Italia a diventare medico e la formazione scientifica l’ha portata a basare la sua pedagogia sull’osservazione diretta, quasi diagnostica, del comportamento del bambino. Così ha elaborato tante delle sue teorie, oggi confermate dalle nuove scoperte sul cervello. Una prova dell’eccezionale modernità del suo pensiero…

Alla fine dell’800, solo l’osservazione permetteva di indagare le malattie. E, prima di dedicarsi alla scienza dell’educazione, Montessori è stata un medico condotto e si è occupata di mamme e bimbi. Anche le sue osservazioni sui piccoli disagiati che visitava nei manicomi, dove allora venivano ricoverati, la condussero a capire – vedendo alcuni ragazzini contendersi i pezzetti di pane non per mangiarli ma per giocare – l’importanza della mano come organo dell’intelligenza. E, quindi, l’esigenza di essere di continuo attivi nel fare e nel provare, ovvero quello che noi chiamiamo gioco. Oggi il rischio è che il bambino finisca per avere in mano solo il telefonino e che i genitori glielo concedano precocemente per tenerlo “buono”.

L’educazione montessoriana dà molto valore alla concentrazione individuale e, nel contempo, alle forme di aiuto spontaneo tra bambini: quanto contano questi aspetti formativi nella vita odierna dove la tendenza alla passività e all’isolamento è netta, anche per l’abuso di supporti informatici?

L’antidoto è che il bambino sia messo in condizione di fare cose con le proprie mani, “trafficando” con oggetti semplici. E questo è essenziale nella prima come nella seconda infanzia. I bambini hanno sempre bisogno di “aggeggiare”, di creare, di inventare con le loro mani. Se, invece, tutto si riduce a pigiare un bottone, magari perché a 9-10 mesi hanno già capito qual è quello che fa comparire magicamente le figurine, allora ci troviamo di fronte a un condizionamento precoce molto pericoloso. Che equivale alla rinuncia a usare le mani.

Come quando il bambino afferra un pezzetto di pane per portarlo alla bocca e subito scatta il divieto “No, non toccare, te lo do io”. Un atteggiamento prescrittivo dell’adulto che preferisce imboccarlo e, di fatto, mette il piccolo in condizione di passività, di incapacità. L’iniziativa spontanea del bambino, il suo atto indipendente accompagnato da un’espressione attenta segna l’inizio della concentrazione. Se noi reagiamo bloccandolo, perderà l’abitudine mentale a fermare l’attenzione su quello che fa. Quando andrà a scuola, scatterà il giudizio: “Non sta mai attento”. A 6-7 anni non possiamo pretendere di rieducare alla concentrazione, se questa facoltà è stata inibita, e persa, prima.

L’idea di scuola Montessori rispetta l’intelligenza emotiva: il bambino sceglie l’oggetto di studio che lo appassiona, mentre l’insegnante dovrebbe quasi “farsi da parte” per assecondare ritmi di lavoro autoregolato. Considerando che sono stati montessoriani molti “guru” dei nuovi media – dal creatore di Google a quello di Wikipedia – quanto è sensibile la scuola italiana a questo modello?

La situazione della scuola italiana è, non da oggi, critica, e manifesta grandi resistenze a un lavoro così raffinato. A livello del corpo docente, poi, c’è scarsa consuetudine al lavoro di gruppo, all’autocritica e all’interscambio. Il sistema soffre di croniche rigidità. Fatte salve alcune esperienze di scuola attiva, che ha introdotto anche in Italia interessanti possibilità. E ha dato vita a esempi notevoli, la spinta innovativa si è esaurita. L’homeschooling, con i genitori che si improvvisano insegnanti, magari sulla base di metodi pubblicizzati in rete, non è una risposta.

Meglio che la famiglia punti sul dialogo, su esperienze diverse e significative, non solo di puro divertimento. I bambini sono sensibili alla natura e alla bellezza: portiamoli nei boschi per osservare la vita animale e vegetale. O al museo, per vedere un’opera d’arte e rispondere alle loro curiosità, ma senza pretendere di intrattenerli così per ore. Se siamo al cospetto di un capolavoro – come un quadro del Mantegna o di Piero della Francesca – limitiamoci a quello. Sostiamo tutto il tempo che serve per osservarlo e diamo modo ai piccoli di formulare le loro domande. Ci sarà tempo per tornare a vedere il resto. In tutto occorre misura: sì agli stimoli di qualità, no all’iperstimolazione.

Nel pensiero di Montessori temi come il rispetto dell’ambiente e della natura, l’aspirazione alla pace e all’ecologia anticipano istanze attualissime: come entrano valori così alti nell’educazione?

Se passeggiamo in un bosco in autunno assistiamo alla caduta delle foglie. Perché succede? A questa domanda del bambino c’è chi risponde con spunti magici, fiabeschi. Invece, se gli spieghiamo con semplicità l’azione fisica degli elementi (il sole, l’acqua, il freddo, il caldo) e gli suggeriamo il concetto della variazione climatica nelle stagioni, evitiamo di imbrogliarlo.

E soprattutto lo introduciamo al tema della ciclicità della natura, che lo accosta a concetti chiave come quello della morte e della rinascita. Dandogli una visione autentica della realtà e, insieme, un messaggio di speranza. Lo stesso vale per la perdita di una persona cara: se ci inventiamo che la nonna è volata in cielo, poi il piccolo resta alla finestra attendendo il suo ritorno.

I bambini hanno fiducia in noi, credono letteralmente alle nostre parole. Non servono grandi discorsi, basta constatare le cose con semplicità. E quando osserviamo le foglie cadute, richiamiamo l’attenzione sui ricci. Spieghiamo che proteggono le castagne – al concetto di protezione il bambino è sensibile – ed esortiamolo a stare attento per non farsi male. E poi suggeriamogli che esistono piante sempreverdi. Che il sole in apparenza sale e scende, mentre nella realtà è la terra a girare. Insomma, parliamo con lui dei fenomeni naturali, perché il cosmo è come un libro pieno di insegnamenti di vita.

 

di Elisabetta Zocchi

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