Maltrattamenti al nido, a quali segnali fare attenzione?
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26 febbraio 2019

Maltrattamenti al nido, quali segnali?

Bimbi trattati in modo sgarbato, o addirittura violento. Quando una notizia di questo genere sale alla ribalta della cronaca, come è accaduto poche settimane fa per l'asilo nido domiciliare di Siena, lo sgomento è grande. Ecco quali segnali possono essere considerati campanelli di allarme da non trascurare

Maltrattamenti al nido, quali segnali?

I maltrattamenti al nido sono di sicuro un’eccezione e la fiducia tra educatori e genitori è la premessa indispensabile per una proficua collaborazione tra scuola e famiglia e per il benessere del bambino. È giusto, però, che in presenza di eventuali anomalie nel comportamento del piccolo, mamma e papà prestino attenzione e cerchino di individuare le cause del suo disagio. “Il maltrattamento dei minori, in special modo quando riguarda i bambini più piccoli, rimane in Italia un fenomeno sommerso, le cui reali dimensioni non sono del tutto note”, commenta Antonino Reale, responsabile di Pediatria dell’Emergenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Se è vero che la grande maggioranza degli abusi avviene tra le pareti domestiche ed è quindi ancora più difficile intercettarlo, i genitori devono saper riconoscere quei segnali d’allarme nel comportamento del loro bambino o quei segni fisici, che è opportuno riferire al proprio pediatra affinché ne valuti il significato”.

I segnali da tenere in considerazione

Quando un bimbo è molto piccolo e non è ancora in grado di usare il linguaggio per raccontare le esperienze fatte in assenza dei genitori, a segnalare un eventuale disagio possono essere dei cambiamenti nel suo comportamento e/o dei segni fisici, quali traumi o lesioni. “Attenzione però, è normale che i bambini giocando si facciano male, e che siano spesso presenti delle ecchimosi – cioè dei lividi -, soprattutto sugli arti inferiori”, sottolinea il dottor Reale. “Anche traumi più seri, comprese le fratture, possono purtroppo accadere, senza che si siano verificate situazioni di maltrattamento fisico o grave incuria da parte del personale del nido”.

Maltrattamenti al nido: quando lividi o lesioni possono essere “sospetti”

Premesso che piccoli lividi e “ginocchia sbucciate” sono segno di sana vivacità e del fatto che il bambino ha la possibilità di giocare e muoversi in libertà, ci sono alcune situazioni a cui occorre prestare maggior attenzione. “Lesioni non compatibili con il tipo di trauma riferito ovvero con la ricostruzione dei fatti proposta dall’educatrice”, spiega il dottor Reale. “Un ritardo da parte del personale nel richiedere cure mediche o nell’avvisare la famiglia. La presenza di lesioni traumatiche risalenti a periodi diversi, localizzate in parti diverse del corpo, di diversa tipologia, come escoriazioni, ecchimosi, fratture, zone di alopecia. E ancora, la presenza di lesioni in zone del corpo ‘atipiche’, dove normalmente i bambini non si fanno male, ovvero il dorso, il torace, la zona dietro le orecchie, i genitali, il cuoio capelluto. Questi sono segnali che occorre riferire al proprio pediatra per dirimere ogni dubbio”.

Se il bambino fa troppa fatica ad adattarsi

Per quanto riguarda invece il comportamento del bambino, tra gli atteggiamenti che possono segnalare un disagio (e con disagio non si intende necessariamente una situazione di maltrattamento), troviamo un’eccessiva difficoltà nell’adattamento. “È normale che il bambino faccia fatica a separarsi dal genitore al mattino, pianga o protesti” considera Monica Castagnetti, psicopedagogista, “ma deve trattarsi di una fase transitoria che può durare al massimo tre o quattro mesi. Una volta che il bambino ha conosciuto l’ambiente e vi si è trovato bene, pianti e proteste devono ridursi fino a scomparire. Se la difficoltà persiste è il segnale che c’è qualcosa che non va. Non è detto che il problema sia nella relazione con l’educatrice, ma il genitore dovrà chiedersi cosa succede per risolvere la situazione e aiutare il bimbo”.

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Reazioni anomale al comportamento dell’adulto

Da indagare sono anche alcune reazioni anomale che il genitore può notare nella relazione quotidiana con il bambino. “Un approccio difensivo da parte del piccolo può essere il segnale che ha sperimentato un contatto con un adulto violento e che questo contatto ha lasciato un segno dentro di lui”, considera la dottoressa Castagnetti. “È il caso del bambino che si spaventa molto se qualcuno lo raggiunge da dietro e lo tocca o lo accarezza sulla testa. E del bambino che d’istinto alza le mani come per difendersi e/o si spaventa moltissimo se un adulto alza la voce in sua presenza. Ogni reazione che esce dalla norma richiede attenzione”.

Nei piccolissimi, occhio ai cambiamenti

“Premesso che non c’è un comportamento tipico che può far pensare a dei maltrattamenti, è opportuno valutare le cause di atteggiamenti nuovi, insoliti e dei cambiamenti improvvisi”, suggerisce Paola De Rose, neuropsichiatra dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Un bambino più irritabile o più capriccioso del solito, che piange spesso e risulta difficile da consolare, che cerca più rassicurazione e contatto fisico o al contrario mostra atteggiamenti di chiusura per cui appare ‘ritirato’ o isolato, che all’improvviso presenta disturbi nel sonno, rifiuto del cibo, irritabilità al momento del cambio del pannolino o del bagnetto, è un bambino che sta segnalando un disagio. Parlarne con il pediatra, che potrà suggerire se necessario la consulenza di altri esperti, può essere il primo passo per individuare le cause del suo malessere”.

Quando il bambino “torna indietro”

Tra gli atteggiamenti insoliti può rientrare anche la regressione, quando il bimbo che ha già acquisito determinate competenze, “torna indietro”. “A volte la regressione è fisiologica, qualche passo indietro sul cammino dell’autonomia può verificarsi per poi risolversi spontaneamente nell’arco di alcuni giorni o alcune settimane”, considera la dottoressa Castagnetti, “Ma se non si tratta di una situazione transitoria, il bambino che torna a bagnare il letto di notte o che manifesta un forte bisogno di vicinanza per cui richiede di dormire con i genitori anche se da tempo dormiva da solo, potrebbe segnalare che qualcosa lo disturba”. Anche in questo caso, monitorare il comportamento del bambino e confrontarsi con il pediatra può essere di aiuto.

Il bambino grandicello parlerà con i genitori?

Se il bambino ha più di due anni e riesce ad esprimersi in modo abbastanza chiaro con il linguaggio, sarà in grado di raccontare ai genitori se c’è qualcosa che non va all’asilo nido? “Un bambino ha una percezione della realtà molto soggettiva e meno dettagliata, per cui se non è direttamente coinvolto in eventuali maltrattamenti non è detto che si renda conto della situazione e che ne risenta”, sottolinea la psicopedagogista. “E questo vale anche per i più grandicelli che frequentano la scuola dell’infanzia”.
E il bambino che viene trattato male? “Anche in questo caso non è detto che lo racconti, il bambino vive solo un tempo presente”, spiega l’esperta, “una volta uscito dalla scuola, per lui inizia il tempo della famiglia e si lascia alle spalle quanto accaduto nelle ore precedenti. Se però il piccolo riferisce qualcosa, più che insistere con domande volte a ricostruire i fatti conviene concentrarsi sul vissuto emotivo, chiedendogli come si sentiva in quel momento. Se risponde ‘male’ non servono sforzi di interpretazione, come invece accade se ci si perde dietro ai fatti”.

C’è un problema: cosa fare?

Se i genitori notano dei comportamenti e/o dei segni fisici che possono far pensare a un maltrattamento, il primo riferimento è il pediatra. “Meglio evitare in questa fase il passaparola tra mamme per non rischiare che il problema venga ingigantito”, considera Monica Castagnetti. “Se il pediatra conferma i dubbi espressi dal genitore e ritiene opportuno approfondire la situazione, il passo successivo è quello di parlare con il responsabile della struttura frequentata dal bambino per chiedere di effettuare tutte le verifiche del caso”. “E se questo passaggio non fosse risolutivo, in caso di fondato dubbio, ci si può rivolgere all’autorità, giudiziaria”, conclude la dottoressa De Rose.

 

di Giorgia Cozza

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