Il neonato piange per comunicare con te, lo sapevi?
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25 febbraio 2019

Il neonato piange per comunicare con te

Il neonato piange per comunicare con te

Sembra tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, il piccolo scoppia a piangere, senza una causa apparente. Il pianto del neonato è una delle principali preoccupazioni per i neogenitori, specialmente quando si tratta del primogenito. Anche chi si è ben documentato nei 9 mesi, resta comunque spiazzato quando, a disperarsi, è il suo piccolino e nulla sembra consolarlo. Inesperienza, apprensione e desiderio di fare solo il meglio per il neonato, sono un mix che facilmente confonde, ma con un po’ di tempo e pazienza è possibile imparare a distinguere il tipo di pianto e capire cosa sta comunicando il piccolo.

Il primo linguaggio del bebè

“Il pianto è la più evidente e manifesta modalità di comunicazione del neonato, che utilizza tendenzialmente quando è affamato o infastidito”, spiega Costantino De Giacomo, pediatra. “Nessun altro segnale ha la stessa efficacia nello stabilire un contatto con i genitori o con l’ambiente circostante”. Il lattante, infatti, non può spiegarsi in altro modo, non gesticola e non parla, ma con il pianto è capace di attirare l’attenzione e di ottenere ciò di cui ha bisogno. Lo stesso primo pianto, quello avviene in sala parto subito dopo la nascita, permette non solo di capire che il piccolo è in forze e in salute, ma agevola anche l’espansione polmonare e contribuisce a liberare le vie respiratorie dai residui di liquido amniotico, così da favorire l’arrivo dell’aria nei polmoni. “Quel pianto, poi, è una parte importante della reazione del neonato allo stress della nascita che gli consente di sopravvivere al di fuori del corpo materno”, sottolinea il pediatra. Il bebè piange anche quando ha bisogno di ritrovare un contatto, di essere preso in braccio: è un’esigenza frequente e normale nel neonato, che passa da uno stato prenatale di contatto costante a quella post natale in cui, a volte, si sente solo, non contenuto. Rispondere alla sua richiesta, senza paura di viziarlo, favorirà il legame con il piccolo e lo aiuterà a rasserenarsi e ad acquisire fiducia in se stesso.

Interpreta così il suo pianto

Non è una leggenda, ma nemmeno una magia. Con molta attenzione e un po’ di esperienza, è possibile capire che il bimbo piange in modi diversi in base a quello che vuole comunicare. Può avere fame, avere il pannolino sporco, sentire caldo o freddo, essere in un ambiente che lo infastidisce oppure può provare dolore. Il consiglio, quindi, è di attendere alcuni istanti prima di intervenire, senza precipitarsi, atteggiamento che oltretutto comunicherebbe la vostra ansia al bebè, peggiorando
la situazione. Meglio prendersi il tempo di capire cosa stia chiedendo così da rispondere nel modo giusto.

  • Il pianto da dolore alterna urla acute e brevi intervallate da pause di respiro. Non è consolabile, neppure
    se il piccolo viene preso in braccio e coccolato.
  • Nel pianto da malessere le urla sono meno laceranti, il pianto è solo a tratti forte e vigoroso e può essere calmato
    con il contatto e l’interazione affettuosa con i genitori.
  • Il pianto da fame è “esplosivo”: breve e insistente, accompagnato da movimenti nervosi della testa in avanti oppure da un lato all’altro, con la bocca aperta alla ricerca del seno della mamma o del biberon.
  • Il pianto da stanchezza, dopo una giornata sovraccarica di emozioni, è inizialmente flebile e gradualmente si intensifica e per trasformarsi in pianto più energico, svogliato e lamentoso.
  • Il pianto per noia è un lamento intermittente e poco intenso che si placa quando qualcuno interagisce con il bambino, prendendolo in braccio per giocare, per parlargli o accarezzarlo.

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