Il cervello dei genitori: i ruoli di mamma e papà… tra natura e cultura

03 luglio 2019

Il cervello dei genitori: i ruoli di mamma e papà… tra natura e cultura

Secondo recenti ricerche, le loro diverse modalità di reazione ai segnali del bebè hanno una base biologica, ma conta anche la capacità di apprendere dall’esperienza

Il cervello dei genitori: i ruoli di mamma e papà… tra natura e cultura

“Oddio, piange!” e… vruuum, di corsa dal bebè. Ma è la mamma o il papà? Lo sappiamo benissimo: nel 99,9% dei casi è lei. Anche se stava dormendo, o lavorando al computer, o parlando al telefono, o cucinando, o facendo la doccia… Anche se lui stava semplicemente leggendo il giornale. Lei (al primo o secondo vagito) si precipita dal piccolo, lui (almeno per un po’) continua a leggere: reazioni diverse che tutti abbiamo osservato. E che da qualche tempo sono anche oggetto di osservazione scientifica. Ne parliamo con Paola Venuti, professore ordinario di Psicopatologia clinica presso il dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento-Rovereto, recentemente intervenuta al convegno “Partiamo dal nido” organizzato da Erickson (Trento, 5-6 aprile), sul tema “Il cervello dei genitori: madre e padre a confronto”.

Come si spiega la diversa reazione materna e paterna al pianto del figlio?

“Ricerche condotte da un gruppo di lavoro sulla genitorialità e sul cervello dei genitori”, risponde la psicologa, “sembrano indicare che le diverse modalità di reazione di mamme e papà rispetto ai segnali fondamentali del bambino hanno basi biologiche. Entrambi recepiscono il pianto del piccolo nelle stesse aree cerebrali, ma, mentre nella mamma questo segnale provoca l’interruzione immediata di qualunque attività mentale, nel papà questo non avviene, per cui lui tende a proseguire ciò che stava facendo.

Ulteriori indagini hanno evidenziato che, per esempio, quando una madre guarda un volto di donna, uomo, cane, gatto o cucciolo, nel suo cervello si attivano aree di tipo riconoscitivo; quando invece guarda il viso del neonato, si attiva un’area pre-motoria, che prepara a iniziare un’azione o un movimento: la mamma è dunque, da subito, pronta a muoversi verso il bambino. Osservazioni specifiche di questo tipo per ora sono state condotte sulle madri e non sui padri. Ma le indagini scientifiche non mirano affatto a concludere che siano solo le mamme a doversi occupare dei bambini. Anzi: il cervello umano è un organo molto plastico, con alcuni aspetti biologici, e altri aspetti che può apprendere. Anche il papà è perfettamente in grado di imparare a occuparsi del figlio”. E, magari, non lo fa semplicemente perché sa che a “scattare” è già la mamma.

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Perché allora esistono queste differenze di ruoli?

“È una questione che affonda le radici nella storia evolutiva dell’essere umano. Alla nascita il piccolo d’uomo non è completamente formato, né a livello fisico, né a livello cerebrale: non è autonomo, anzi è estremamente bisognoso di cure. Deve perciò avere immediatamente la capacità di tenere legato a sé un adulto che risponda ai suoi segnali per permettergli di sopravvivere e di completare lo sviluppo. Fin dalle origini, questo adulto è stato la mamma: colei che lo ha partorito e che ha il compito fondamentale di nutrirlo con l’allattamento, stare all’erta e proteggerlo. Per questo esistono predisposizioni genetiche che portano la madre a reagire immediatamente ai segnali del bambino. E, specularmente, anche il bimbo è a sua volta particolarmente predisposto a rispondere ai segnali materni. Il ruolo del padre si è invece originato come compito sociale: garantire sostegno al gruppo a cui appartengono la sua femmina e la sua progenie, procurando loro cibo, riparo e così via.

Nel corso dei secoli, i ruoli si sono modificati in stretta dipendenza dalle strutture sociali, passando dalla modalità di vita nomade a gruppi stanziali, poi alla formazione di civiltà, stati… Ognuno di questi passaggi ha richiesto adattamenti delle figure sociali, quindi anche dei padri e delle madri. I cambiamenti possono avvenire a livello biologico: in questo caso sono lentissimi, su scala millenaria. Ma possono anche essere indotti dall’uomo stesso sul piano culturale, e allora sono molto più veloci”.

Come stanno cambiando i ruoli oggi?

“Adesso che molte mamme lavorano e hanno anche una vita esterna alla famiglia, tanti papà hanno cominciato a occuparsi della prole. E, nella mia esperienza, i padri si rivelano sempre più presenti nelle iniziative di formazione e informazione sulla genitorialità, così come nell’affrontare problematiche relative al benessere psicofisico dei loro bambini.

Tuttavia, come sottolineato anche al convegno, dal punto di vista dell’immaginario collettivo permane quasi immutata l’idea che la cura del figlio spetti alla mamma. E nulla cambierà finché il sistema stesso, invece di fornire i servizi adeguati alle famiglie, si ‘appoggerà’ alla vecchia concezione del ruolo delle donne, lasciando a loro l’assistenza dei bambini – nonché dei figli disabili, degli anziani, e così via – e avallando così uno stereotipo che è già radicato nella testa di tutti, in primis delle donne stesse, le quali arrivano addirittura a sentirsi in colpa se vogliono anche svolgere una professione”.

Cura dei bambiniQuestione di genere?

A proposito di figli con difficoltà: come si pongono oggi mamme e papà in questo ambito?

“Premetto che c’è una infanzia a rischio a cui bisogna guardare e su cui bisogna lavorare fin dai primissimi anni di vita: sono diffusi disturbi del neuro-sviluppo, della regolazione, dell’attaccamento… E laddove insorgono problemi in parte dipendenti da queste patologie, in parte da difficoltà della famiglia, l’asilo nido fornisce un ambiente educativo seguito e controllato che può essere di grande aiuto per favorire uno sviluppo adeguato del bambino.

Per quanto riguarda l’approccio di madre e padre al rischio del figlio, sono stati fatti grandi passi avanti, e i padri sono molto più presenti di un tempo nel farsi carico e prendersi cura dei figli con problemi: in quasi 40 anni di esperienza ho potuto osservare cambiamenti notevolissimi. Anni fa i padri erano presenti ai trattamenti solo se lo richiedevo io, adattandomi ai loro orari perché non potevano chiedere neanche un’ora di permesso per venire a parlare con lo psicologo. Oggi, invece, al primo incontro il papà c’è sempre, e interviene nei percorsi di accompagnamento, vuole seguire il lavoro con il figlio…

Un aspetto molto interessante, messo in luce dalle nostre ricerche, è che proprio con bambini a rischio i padri si rivelano spesso una risorsa ancor più duttile rispetto alle madri. Anche in questo caso, il motivo c’è: la mamma è geneticamente predisposta a ‘dare risposte’, e fa fatica a cambiare questo comportamento, adattandolo alla situazione. Il papà, invece, non ha una base biologica precostituita di questo tipo, ma tende ad ‘apprendere dall’esperienza’: impara, dunque, molto più facilmente il modo corretto di comportarsi con il bambino secondo i casi.

Facciamo un esempio concreto. Quando una mamma gioca con il suo bambino, senza rendersene conto cerca di portarlo a un ‘livello di gioco un po’ più alto’: se lui mette una tazzina su un piattino, probabilmente lei commenterà ‘Oh, che bello, versiamo il caffè, beviamo il caffè!’. Lo fa perché ha una tendenza naturale a essere didattica, a far crescere il figlio a livello cognitivo: un approccio fondamentale per lo sviluppo delle sue competenze simboliche, linguistiche, e così via… ma non sempre il più adeguato per un piccolo con difficoltà. Il papà, invece, quando gioca con il figlio si mette sul suo stesso piano, lo segue: se il piccolo mette la tazza sul piattino, lui fa altrettanto, se poi il bimbo mette invece un piattino sulla tazza, il padre lo imita, e via così, finché finisce che ridono e scherzano… Con un bambino autistico, ad esempio, riuscire a stabilire una relazione è fondamentale: dal punto di vista terapeutico è più appropriato l’atteggiamento che asseconda, perché crea un’interazione, fatta di reciprocità, ovvero guardarsi in faccia, riconoscere l’altro e divertirsi insieme.

Inoltre, alzando il tiro del gioco, si rischia che il bimbo se ne vada e non giochi più, perdendo un’occasione, perché per un piccolo con difficoltà è importantissimo il tempo in cui sta in interazione con il genitore. E se il terapeuta suggerisce: ‘Non cercare di alzare il livello di tuo figlio, fai quello che lui vuole’, di solito la mamma per qualche tempo ci riesce, ma poi tende a tornare nel suo ruolo, perché questo diverso atteggiamento le richiede di andare un po’ contro la sua natura. Il padre, invece, spontaneamente continua a giocare e dunque a ‘stare’ con il bimbo”.

Sembra dunque importante che mamma e papà si osservino e si imitino a vicenda…

“Certamente, ma è soprattutto importante che ognuno faccia la sua parte. Per crescere bene c’è bisogno di entrambi i genitori, indipendentemente dall’appartenenza di genere o dall’orientamento sessuale. Il cucciolo d’uomo ha bisogno di tutti e due questi ruoli: una persona che si prende cura di lui e lo fa progredire, e una persona che si rapporta socialmente con lui e, ridendo e scherzando, gli toglie le paure e lo fa avventurare nel mondo. Per dirla in metafora: chi gli offre rifugio, e chi lo fa arrampicare sugli alberi. Tra natura e cultura”.

 

di Elisabetta Zamberlan

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