Circoncisione, in Italia grandi differenze tra regione e regione
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06 aprile 2019

Circoncisione, in Italia grandi differenze tra regione e regione

I drammatici fatti di cronaca dell’ultimo periodo hanno riportato alla ribalta la questione della circoncisione rituale dei bambini: un “rito di passaggio” trasversale a diverse religioni, come quella musulmana ed ebraica, ma diffuso anche in altri culti. Ecco cosa è importante sapere

Circoncisione, in Italia grandi differenze tra regione e regione

Accade spesso che la circoncisione, che è a tutti gli effetti un intervento chirurgico, venga praticato “tra le mura di casa”, da persone non qualificate, su bambini che possono essere anche di poche settimane, con epiloghi potenzialmente drammatici. Per chiarire l’argomento, abbiamo chiesto indicazioni a due esperte: Simona La Placa, responsabile del gruppo di lavoro che la Società Italiana di Pediatria dedica ai bambini migranti, e Francesca Ena, pediatra della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.

Un’indagine della Società Italiana di Pediatria

Attualmente non esiste un registro delle circoncisioni, e questo rende molto difficile avere la misura esatta del problema degli interventi “sommersi”. La Sip ha avviato un monitoraggio, con un questionario rivolto ai presidenti delle sezioni regionali, per capire la situazione normativa delle singole regioni, l’offerta del sistema sanitario pubblico in ognuna di esse e i costi.

Quali i risultati?

Sono in corso di elaborazione, ma i primi disponibili portano alla luce un quadro molto eterogeneo, diverso da regione a regione: “Alcune mettono a disposizione un servizio di circoncisione nel servizio pubblico”, anticipa la dottoressa La Placa. “È il caso della Toscana che, unica in Italia, per delibera regionale offre già dal 2002 questo intervento gratuitamente in alcune delle sue strutture pubbliche. Altrove, è possibile farlo in regime di libera professione, con il pagamento di un ticket che può essere anche molto alto: si va dai 280 euro del Piemonte ai 1.200 del Friuli Venezia Giulia. In altre regioni ancora, specialmente al Sud ma anche in Lombardia, non è prevista alcuna offerta, né in strutture pubbliche né in quelle private”, spiega la dottoressa La Placa.

Il problema dei costi alti

Nel complesso, sembra prevalere l’assenza di offerta pubblica che invece, quando c’è, prevede ticket talmente alti da scoraggiare l’utenza: “Riteniamo che spesso i costi siano proibitivi, e che quindi la proposta pubblica finisca per non essere fruibile: per questo molte persone – stimiamo che possano essere la metà di quelle che optano per la circoncisione rituale – finiscono per rivolgersi a personale non qualificato, che opera in condizioni igienico-sanitarie inadatte”, spiega ancora la dottoressa La Placa.

Circoncisione: rischi da non sottovalutare

La circoncisione rituale prevede la rimozione del prepuzio e, a seconda delle tradizioni, viene praticata nei primi anni (o addirittura nei primissimi mesi) di vita del bambino. “Sappiamo per certo che spesso, a livello ‘domestico’, la pratica viene effettuata con lamette e medicata con ‘pozioni’ che espongono il bambino al rischio di infezioni. Il rischio più grande, quando a operare sono persone non formate, è quello di emorragie, perché si tratta di zone altamente vascolarizzate e quindi ad altissimo rischio di emorragie fatali”, spiega la pediatra Francesca Ena. Diversa è la circoncisione terapeutica, indicata per fimosi e parafimosi e quindi prevista dal nostro servizio sanitario ed inclusa nei Livelli Essenziali di Assistenza.

Quali sono le possibili soluzioni?

“È difficile ipotizzare che la circoncisione rituale venga inclusa nei Lea, come accaduto in Toscana, e dunque diventi gratis in tutto il sistema sanitario nazionale. Ma andrebbe trovato un compromesso sulla compartecipazione, sul ticket, che dovrebbe essere accessibile”, spiega ancora la dottoressa La Placa. In Toscana, dal 2010 al 2018 i bambini e ragazzi sottoposti a questo intervento sono stati 500, per la maggior parte italiani.

Sensibilizzazione a 360 gradi

“Oltre a un intervento istituzionale, irrimandabile a tutela della salute dei bambini, è urgente attivare pratiche di sensibilizzazione capillare sia sulle famiglie di questi bambini, sia sugli operatori sanitari. I genitori vanno raggiunti, attraverso i pediatri, e ancora prima nei consultori pre-parto con la collaborazione di tutto il personale sanitario dei centri nascita e del territorio. In un’ottica di ‘riduzione del danno’ vanno spiegati i rischi della pratica ‘fai da te’ di questa procedura e le possibili alternative nel servizio pubblico”, spiega la dottoressa Ena, molto attiva in quest’operazione culturale anche sul suo territorio, a Olbia. “Trattandosi di una pratica tradizionale, andrebbero coinvolte anche le figure di riferimento, come gli Imam e i referenti con riconosciuta autorevolezza delle comunità, per intercettare le famiglie e informarle correttamente”, conclude.

 

di Giulia Righi

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