Antibioticoresistenza: cosa sta succedendo con i superbatteri?

20 settembre 2019

Antibioticoresistenza: cosa sta succedendo con i superbatteri?

Facciamo il punto sul recente focolaio di New Delhi in Toscana e sui rischi di un uso scorretto degli antibiotici

Antibioticoresistenza: cosa sta succedendo con i superbatteri?

L’emergenza toscana di questi giorni, con almeno 90 casi di infezioni ospedaliere dovute a un “superbatterio” capace di resistere a tutti gli antibiotici, ha riacceso il dibattito sull’antibioticoresistenza. Ecco cosa sta succedendo e perché con questi farmaci occorre davvero tanta cautela.

 

Cos’è e perché dobbiamo temerla

“L’antibioticoresistenza si verifica quando un batterio, che di solito potrebbe essere ucciso con un antibiotico, inizia a sopravvivergli”, spiega Antonio Clavenna, farmacologo del Laboratorio per la salute materno infantile dell’Istituto Mario Negri di Milano. Questo accade perché i batteri si “allenano” a resistere alle molecole degli antibiotici: più le incontrano, più imparano a “combatterle”, sviluppando mutazioni.

Le persone, dunque, smettono di rispondere alle terapie e, così, la lotta alle infezioni, anche a quelle banali, rischia di diventare sempre più difficile. “I tempi necessari per mettere a punto nuove molecole sono molto più lunghi di quelli che questi microrganismi impiegano per sviluppare resistenza. Il rischio concreto è quello di trovarsi senza soluzioni terapeutiche per malattie che adesso, nei bambini, si controllano con successo”, dice il farmacologo.

 

New Delhi: l’identikit

Il cosiddetto New Delhi, in particolare, è un potentissimo batterio della specie Klebsiella pneumoniae che è diventato capace di resistere alla maggior parte degli antibiotici a disposizione. Anche a quelli di ultimissima generazione: i carbapenemi, che gli addetti ai lavori definiscono “l’ultima spiaggia” degli antibiotici.

Abbiamo chiesto un ritratto di questo batterio ad Annalisa Pantosti, infettivologa e microbiologa dell’Istituto Superiore di Sanità. “Le Klebsielle resistenti ai carbapenemi producono un enzima capace di distruggere l’antibiotico e renderlo inefficace. Il cosiddetto New Delhi è un enzima prodotto da una minoranza di ceppi di Klebsiella ed è rilevante perché non è sensibile ad alcune delle nuove combinazioni tra antibiotici e inibitori”.

 

Superbatteri: l’emergenza in Toscana

Le Klebsielle sono una vecchia conoscenza dei nostri ospedali, causa di molte infezioni resistenti tipiche di questi ambienti. “Per farsi un’idea della diffusione delle Klebsielle, basti pensare che la maggior parte delle 10mila morti legate a farmacoresistenza che si stima si verifichino ogni anno in Italia, è dovuta proprio a questi batteri”, spiega il farmacologo del Mario Negri.

La “variante” New Delhi fu individuata la prima volta già nel 2008, in un paziente proveniente dalla omonima città indiana. “Ma finora le epidemie provocate da questo batterio in Italia erano state limitate. Non si erano mai avuti numeri come quelli attuali in Toscana”, rileva la microbiologa dell’Iss. Tra novembre 2018 e il 31 agosto 2019 i batteri NDM (acronimo per New Delhi Metallo beta-lattamasi) sono stati isolati nel sangue di 90 pazienti, per la maggior parte nell’area pisana e livornese. Queste infezioni hanno riguardato ospedali e residenze per anziani, 17 strutture in tutto. Il batterio, che in quelle 90 persone ha dato origine a sepsi (un’infezione del sangue), ha però colonizzato altre 633 persone, nelle quali non ha provocato infezioni o, almeno, non gravi. Le morti sospette (non certe, però) sono 36 e il tasso di mortalità, nelle persone con sepsi, si attesta intorno al 40%.

È presto per capire il motivo del focolaio toscano, cioè perché proprio adesso e perché proprio lì. Intanto, la Regione è corsa ai ripari istituendo un’unità di crisi. In più, negli ospedali toscani e nelle Rsa (residenze sanitarie assistenziali) sono stati disposti test molecolari super rapidi su tutti i pazienti a rischio. In 2-6 ore permettono di ottenere i risultati per eventuale positività al superbatterio.

 

Punti nascita: niente panico

L’infettivologa dell’Iss rassicura le mamme: “I soggetti più esposti sono quelli immunodepressi. Dunque soprattutto anziani e pazienti che hanno subito trattamenti medici o interventi chirurgici importanti. Non è un problema che riguardi i punti nascita e l’ostetricia”. Ad ora, un solo caso è stato segnalato in ambiente pediatrico, nell’Ospedale pediatrico apuano.

Nelle persone sane questo batterio può rimanere annidato nell’intestino senza dare problemi. Mentre in quelle con il sistema immunitario indebolito può avere conseguenze letali. “Gli ospedali sono ambienti critici per l’antibioticoresistenza, perché l’utenza è più fragile e soggetta al rischio di infezioni”, spiega il farmacologo. La trasmissione è facilitata dalla promiscuità e dalla condivisione delle stanze da parte degli ammalati. Ed è proprio in ambiente ospedaliero che si deve ricorrere agli antibiotici più potenti, per cui i batteri ‘ospedalieri’ risultano ben allenati”.

 

Mani sempre pulite

La prima arma di prevenzione è, letteralmente, nelle nostre mani. “Il controllo delle infezioni si attua in molti modi. Senz’altro riguarda l’organizzazione ospedaliera. Fondamentale, ad esempio, un riconoscimento tempestivo dell’infezione e il conseguente isolamento del paziente”, spiega ancora Pantosti. “Ma i singoli possono dare un importante contributo. Il personale di assistenza può evitare la trasmissione delle infezioni e difendere i pazienti più fragili partendo dall’igiene delle mani, lavandole con il sapone o con la soluzione idroalcolica”.

 

Gli strumenti a disposizione delle mamme

Cosa può fare un genitore per dare il suo contributo alla lotta all’antibioticoresistenza? L’uso appropriato degli antibiotici è la prima arma a disposizione di tutti noi”, spiega il farmacologo. “È importante somministrare questi farmaci solo quando li prescrive il pediatra, anche se li abbiamo in casa, magari avanzati da un’infezione recente e con sintomi simili. È inoltre fondamentale rispettare gli orari di somministrazione, anche quando farlo è complicato. L’efficacia degli antibiotici, specialmente nel caso di alcune molecole di grande utilizzo in età pediatrica, come le penicilline e le cefalosporine, è garantita solo al raggiungimento di una determinata concentrazione nel sangue”.

Se questa concentrazione non viene mantenuta per un dato intervallo di tempo, una percentuale di batteri, che nel frattempo ha prodotto mutazioni che l’hanno resa resistente a quel farmaco, può sopravvivere e riprodursi, moltiplicando l’esercito dei batteri resistenti. “Per lo stesso meccanismo, la terapia va seguita per tutto il tempo prescritto. Anche se i sintomi sono passati: il rischio – concreto – è che alcuni batteri siano sopravvissuti. Così, potrebbero causare ricadute, obbligando a un nuovo ciclo di antibiotici e, anche in questo caso, si moltiplicherebbero proprio quelli diventati capaci di resistere”, avverte Clavenna.

 

Antibioticoresistenza: i numeri in Italia

I numeri del consumo di antibiotici in Italia, in età pediatrica, sono da capogiro: “L’ultimo rapporto OsMed dell’Agenzia Italiana per il Farmaco evidenzia che la metà dei bambini in fascia 0-6 anni consuma almeno una confezione l’anno di antibiotici. Con una media di due prescrizioni all’anno”, ricorda il farmacologo.

Secondo i dati dell’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control), 10mila dei 33mila morti annui legati all’antibioticoresistenza sono italiani. Ben un terzo. Siamo i primi, e ciò significa che da nessun’altra parte come in Italia i batteri si sono allenati a sopravvivere agli antibiotici. Perché?

Uno dei motivi è legato al nostro modo di usare questi farmaci. “In Italia il consumo è maggiore che in altre nazioni. E utilizziamo più frequentemente antibiotici come le cefalosporine e i macrolidi – o i fluorochinolonici negli adulti – che altrove, come in Olanda, vengono riservati alle infezioni gravi e ai trattamenti ospedalieri. Viceversa, alcune molecole di penicilline che in alcuni Paesi sono utilizzate come trattamento d’elezione per infezioni ‘banali’, in Italia non vengono più commercializzate”, spiega il farmacologo.

 

I rischi per i bambini di oggi, adulti di domani

I piccoli devono essere ‘sorvegliati speciali’ anche per un altro motivo. “È possibile che la nuova generazione sia quella che un domani dovrà fronteggiare un mondo in cui gli antibiotici avranno sempre minore efficacia”, spiega il farmacologo. Ancora: i superbatteri possono infettare bimbi che, grazie a un sistema immunitario ben funzionante, non manifestano sintomi.

“Ci sono studi che hanno rinvenuto questi batteri anche in bambini sani. E, nei laboratori di analisi, capita di rintracciarli nelle urinocolture o nei tamponi fatti per il mal di gola”, racconta Clavenna. Anche se questi bambini stanno bene, una volta che ne sono portatori, possono infettare altri piccoli, all’asilo o a scuola, e familiari più anziani, magari immunodepressi.

Il farmacologo aggiunge: “Il rischio nei bambini non riguarda solo l’antibioticoresistenza. Se ne parla ancora poco, ma iniziano a esserci diversi studi che dimostrano che l’uso di antibiotici nei primissimi anni di vita, in particolare nei primi 6 mesi, possa essere correlato allo sviluppo di problemi sul lungo termine, come l’obesità e le allergie”.

 

di Giulia Righi

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