Allergia agli animali domestici: stop ai luoghi comuni

27 novembre 2019

Allergia agli animali domestici: stop ai luoghi comuni

Come accertarsi che il bimbo sia davvero allergico al cucciolo di casa? E quali sono le possibili soluzioni? Le risposte dell’esperto

Allergia agli animali domestici: stop ai luoghi comuni

Occhi rossi e naso che cola… Può succedere che il bambino manifesti improvvisamente sintomi “sospetti” e che, se c’è un cucciolo in casa, si pensi subito a un’allergia agli animali domestici. Ne abbiamo parlato con il professor Elio Novembre, pediatra e allergologo a capo dell’Allergologia del Meyer di Firenze, per chiarire alcuni dubbi.

Animali: non sono i primi indiziati

Innanzitutto, occorre fare una premessa: se il naso comincia a gocciolare e gli occhi si arrossano, non è detto che si tratti di allergia agli animali domestici. La prima cosa da escludere, molto banalmente, è che sia un semplice raffreddore. “Occorre tenere presente, inoltre, che gli epiteli animali – i tessuti che rivestono la superficie esterna del loro corpo – sono solo una delle tante cause di oculorinite allergica, insieme agli acari della polvere, ai pollini e alle muffe”, avverte l’allergologo.

Anche il fatto che i genitori siano allergici non implica automaticamente che lo sia anche il bambino. “Se uno solo dei genitori è allergico agli animali, le probabilità sono del 40% circa. Se lo sono entrambi salgono all’80%”, precisa lo specialista.

Non dipende solo dal pelo

Un altro luogo comune da sfatare è che a causare l’allergia agli animali domestici sia soltanto il loro pelo. “Sono, invece, le proteine prodotte dalle ghiandole sebacee e salivari dell’animale, che si accumulano in particolare nella loro forfora, nel pelo, nella saliva e nelle urine”, chiarisce il professore. Un mix che, nei soggetti allergici, può scatenare un vero “tornado” di malesseri.

Qual è il campanello d’allarme?

Il vero “indizio” che può orientarci a sospettare un’allergia agli animali domestici è lo stretto rapporto causa-effetto: “Se, cioè, sintomi come occhi rossi, starnuti e gocciolamento nasale compaiono quando il bambino prende il gatto o il cane in braccio oppure si reca a casa di amici o parenti che hanno un animale in casa”, spiega Elio Novembre. Questo può essere un primo campanello d’allarme.

Prick test positivo, ma niente sintomi

Spesso il timore che il bambino sia allergico agli animali si scatena, però, da un’altra situazione: il piccolo si trova, per motivi diversi, a fare i test cutanei (i cosiddetti prick test, che valutano in pochi minuti la reazione dell’organismo al contatto con una serie di allergeni) ed emerge una positività agli allergeni del cane e del gatto. Niente panico: “La semplice positività del test cutaneo non è sufficiente a fare la diagnosi di allergia e deve essere il medico allergologo a stabilire le misure da intraprendere. In assenza di sintomi come occhi rossi, starnuti e asma direttamente correlati all’esposizione agli animali domestici, può non essere necessario alcun provvedimento, anche se l’animale vive in casa”, chiarisce lo specialista del Meyer. In questi casi, si parla di sensibilità a un allergene, non di allergia, e vanno solo avvertiti i genitori che il bambino è predisposto e, quindi, va seguito nel tempo.

Le soluzioni dopo la diagnosi

Se invece il prick test è positivo e si presentano sintomi come rinite, congiuntivite o asma correlati all’esposizione agli allergeni di cani o gatti, allora le possibilità di trovarsi di fronte a un’allergia agli epiteli di questi animali sono reali e si può arrivare a una diagnosi, senza bisogno di esami del sangue.

“Per attenuare il problema, si possono adottare alcune misure terapeutiche”, rassicura il professore. “Va evitato il contatto ravvicinato con l’animale, che deve essere anche lavato con prodotti specifici, e la casa va pulita con attenzione, possibilmente depurando l’aria”. Importante, in questo senso, la scelta del sistema di depurazione: “Gli unici apparecchi utili a questo scopo sono i depuratori di aria, che possono trattenere le particelle in sospensione degli epiteli animali, grazie ai loro filtri, sia meccanici sia Hepa. Non ci sono, invece, evidenze significative sull’utilità degli apparecchi che generano ioni od ozono”. Questi primi accorgimenti – indispensabili – hanno un’efficacia sorprendente: “Nella nostra pratica quotidiana, osserviamo che circa la metà dei bambini, dopo alcuni mesi dall’adozione di questi provvedimenti, migliora”, spiega l’allergologo.

Allergia agli animali domestici: esiste un “vaccino”?

“Se i sintomi rimangono importanti, si può ricorrere ai cosiddetti ‘vaccini’ antiallergici, che hanno una buona efficacia anche in caso di allergia agli animali. “Non si tratta propriamente di vaccini ma di un’immunoterapia specifica, che allena il sistema immunitario a dare risposta contro un dato allergene, aumentando il numero di anticorpi bloccanti e, nello stesso tempo, diminuendo la risposta delle cellule a quell’allergene”, spiega il professor Novembre. È un trattamento molto efficace, a disposizione per la maggior parte delle allergie. L’estratto allergenico si può somministrare per via orale o sottocutanea. Per la somministrazione, ci si può rivolgere allo specialista che segue il bimbo. “In Italia, però, per i bambini, questo trattamento è gratuito solo nel caso di allergia alle graminacee”, dice il professore. “Può essere eseguito a qualsiasi età, ma raramente è indicato sotto i 5 anni”. In molti casi funziona: “Secondo gli studi attualmente a disposizione, i bambini migliorano molto nel 40% dei casi e discretamente in un altro 40%. Il restante 20% non risponde alla terapia”.

Quando bisogna rinunciare all’animale? Il suo allontanamento dal bambino – una soluzione dolorosa per tutti – non è sempre è necessario. “Solo nei casi resistenti alle misure indicate potrebbe essere opportuno rinunciare all’animale, ma queste valutazioni vanno fatte insieme allo specialista, caso per caso”, conclude l’allergologo.

Falsi miti e antistaminici

Ma ci sono razze di cani e gatti “migliori” per i bambini allergici? “Ad oggi non c’è una chiara evidenza scientifica che vi siano razze di cani e gatti ipoallergenici”, chiarisce il professore. A diagnosi avvenuta, e sempre con il parere dell’allergologo, è possibile però cercare di limitare l’impatto negativo dell’allergia sulla vita quotidiana del bambino. “Ad esempio, se sappiamo che il bimbo avrà contatti obbligati con l’allergene, magari perché a casa di un amichetto ci sono cani e gatti, è possibile somministrargli antistaminici in via preventiva: ma si tratta di una scelta da valutare con attenzione e solo se il bambino non è asmatico, perché potrebbe mascherare i sintomi iniziali di un attacco allergico e comportare, quindi, dei rischi”, raccomanda il professore.

 

di Benedetta Strappi

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