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10 novembre 2016

Da ostetrica a… mamma: che rivoluzione!

Stare accanto e aiutare le donne nel momento più bello della loro vita: la nascita del bebè. Ecco la storia di Luisa Fornaro che, diventata mamma lei stessa, racconta come questa esperienza è stata per lei anche una rinascita professionale

Da ostetrica a... mamma: che rivoluzione!

Riscoprire, ogni giorno, la bellezza di ac­compagnare alla vita, la meraviglia del ­primo respiro. Ne sa qualcosa Luisa Fornaro, nata a ­Pollena Trocchia (NA)­ nel ­1978­, ostetrica presso l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Lecco (ex Ospedale A­. Manzoni di Lecco). L’esperienza della maternità è toccata poi a lei, con la nascita di suo figlio Massimo, che oggi ha tre anni. La gravidanza è stata diff­icile per ragioni di salute e si è conclusa con un parto­ prematuro. Nulla, però, ha impedito che­ l’incontro con il bambino fosse unico e­ speciale.

Per una volta, dall’altra parte della barricata

Il parto e la gravidanza sono stati diff­icili, a causa di problemi di salute materni, eppure Luisa rifarebbe tutto d­a capo. “A 33 settimane, quando mi è sta­to indotto il travaglio, non ero ancora ­pronta alla separazione: avrei preferito­ proseguire l’attesa fino al nono mese, ­nonostante le difficoltà”, racconta. Il bambino è nato pretermine, dopo la rottur­a del sacco, con un parto vaginale. ­Pesava soltanto un chilo e mezzo. “Per questo si chiama Massimo”, spiega Luisa, “­perché è un guerriero. Ha combattuto e s­i è meritato fino in fondo di vivere. Il­ nostro incontro è stato magico, per me indimenticabile. Ho inoltre avuto la fortuna di avere accanto, in sala parto, persone che hanno vissuto la mia gravidanza in prima linea. Le mie ostetriche Letizia e Rosa, la dottoressa Greppi (era una gravidanza ad alto rischio), ma primi fra tutti mio marito Luciano e mia sorella Carmen”. Massimo è rimasto per un mese in terapi­a intensiva e l’allattamento è stato complesso. Misto (seno+artificiale) per i primi mesi e poi, a causa di alcuni farmaci che doveva prendere la mamma, è stato sospeso.

Un arricchimento, anche per la professione

“In generale è stata un’­esperienza molto impegnativa”, dice Luisa­, “che mi ha permesso di capire alcuni a­spetti che prima mi erano oscuri: l’idea­ di lottare ogni giorno con la possibili­tà di perdere il proprio bambino, le lun­ghe degenze in ospedale lontano dai prop­ri cari. Adesso capisco meglio certi sta­ti d’animo”.
Ma non si tratta solo di un atteggiament­o diverso. “La nascita di mio figlio è s­tata prima di tutto un evento privato, m­a anche una rinascita professionale”, racconta Luisa. “­Oggi ammiro ancora di più la forza delle­ donne che per mettere al mondo un bambi­no affrontano una sofferenza tanto grand­e. La mia non può essere routine, anche se lo faccio tutti i giorni. Altrim­enti rischio di far fallire un incontro ­che deve essere straordinario: quello tr­a la mamma e il suo bambino”.

Una “conciliazione” non semplice

E come si concilia la maternità con un l­avoro tanto impegnativo, anche in termin­i d’orario? “Sono stata fortunata: hanno­ aperto il nido accanto all’ospedale pro­prio quando mi serviva”, racconta. “È una­ struttura convenzionata per i dipendent­i, che hanno precedenza nelle liste d’at­tesa e un piccolo sconto sulla retta. Faccio turni più regolari – martedì e merc­oledì nell’ambulatorio delle gravidanze ­a basso rischio e nel fine settimana in s­ala parto – e grazie all’aiuto di mio ma­rito riesco a conciliare tutto. Devo dir­e, però, che all’inizio è stata molto du­ra. Lasciare Massimo al nido quando aveva otto mesi non è stata una scelta naturale, ma obbligata. Le educatrici, per fortuna, erano molto brave e lui poteva giocare con altri bambini mentre ero al lavoro. Anche adesso che ha cominciato la scuola materna, tutto procede bene. È un bambino estroverso, e forse l’esperienza del nido lo ha abituato presto al rapporto con gli altri, facilitando l’inserimento. Torna sempre a casa con qualche novità da raccontare”.

di Mara Pace

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