Cura dei bambini: questione di genere? Cosa dicono le statistiche

17 giugno 2019

Cura dei bambini: questione di genere?

Nella scuola dell’infanzia, maestre ed educatrici rappresentano la quasi totalità del corpo docente. Quali sono i motivi di questo squilibrio di genere nelle professioni educative?

Cura dei bambini: questione di genere?

Nonostante le conquiste fatte dalle donne negli ultimi decenni sul piano della parità dei diritti, e nonostante i grandi cambiamenti avvenuti a livello socio-culturale nella concezione della paternità, nel 2019 la cura dei bambini sembra sempre più una questione femminile. È solo un’impressione? Ne parliamo con Irene Biemmi, ricercatrice presso il dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, esperta di pedagogia di genere, che è recentemente intervenuta al convegno “Partiamo dal nido” organizzato da Erickson (Trento, 5-6 aprile) sul tema “La cura è una questione femminile? Sguardi di genere sulla relazione educativa”.

“Non è un’impressione: è la realtà”, commenta l’esperta. “Accade in ambito familiare, soprattutto con bambini molto piccoli: nella fascia 0-3 anni la prima figura che viene in mente parlando di cura è quella materna. E, parallelamente, accade in ambito professionale: nelle strutture educative, e in particolar modo nei nidi d’infanzia, il corpo docente è costituito ormai quasi esclusivamente da donne”.

Professioni educative: una “gabbia dorata”

Che cosa dicono le statistiche? “Si può parlare di una vera e propria femminilizzazione del corpo docente. Il dislivello maschile–femminile, anziché attenuarsi, si accentua: gli uomini si allontanano sempre più dalle professioni educative e di cura. Secondo gli ultimi dati del Miur, facendo una media dalla scuola d’infanzia alla secondaria di 2° grado, il corpo docente italiano è costituito per oltre l’80% da donne. Ma se consideriamo il solo settore della scuola d’infanzia, maestre ed educatrici raggiungono il 99,3%”.

“Alla base di questa situazione”, continua Irene Biemmi, “c’è innanzitutto un retaggio socio-economico. Quella di maestra è stata tra le prime professioni di carattere ‘intellettuale’ che le donne hanno potuto svolgere in Italia. Una conquista, che però ha avuto da subito un retrogusto amaro: fin dall’inizio, infatti, le donne si sono indirizzate a questa professione per problemi relativi alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, in quanto lascia una fetta di tempo libero per occuparsi delle tradizionali funzioni familiari. E questa continua a essere una delle maggiori motivazioni della scelta.

Oltre a questo, c’è un retaggio linguistico-culturale. La scuola dai 3 ai 6 anni, che oggi si definisce ‘d’infanzia’, fino a poco fa si chiamava scuola ‘materna’, e in realtà la maggior parte delle persone la chiama ancora così, perpetuando uno stereotipo secondo cui le donne avrebbero per natura un’attitudine a svolgere la professione di maestro d’asilo. Che è anche un modo per svilire le competenze specifiche e il percorso di studi che invece questo lavoro richiede”.

Cura dei bambini: la prospettiva degli uomini

Come si pone la questione dal punto di vista maschile? “Alla base delle scelte degli uomini”, considera la ricercatrice, “c’è soprattutto il fatto che prestigio sociale e riconoscimento economico di questo lavoro, negli anni, sono andati scemando. Dagli anni ’60, con l’obbligatorietà della scuola media e l’ampliarsi del corpo docente, la categoria degli insegnanti è diventata via via meno elitaria e il bacino principale arrivava sempre dalle donne. Un fenomeno avvenuto anche in altri settori del terziario: dove lavorano più donne, gli stipendi si abbassano o restano perennemente gli stessi, e il riconoscimento sociale decade. Non stupisce, dunque, che gli uomini abbiano continuato a orientarsi verso altri tipi di impiego. Tanto che oggi, a livello pedagogico-culturale, tornano a imperare gli stereotipi. I ragazzi del Duemila ritengono che tutto ciò che riguarda la cura dei bambini e l’educazione non faccia per loro: si sentono completamente inadatti a svolgere questo mestiere, come se per natura non avessero le abilità e le attitudini giuste”.

Va detto, però, che nella concezione della paternità sembra esserci una sempre maggiore presa di coscienza da parte degli uomini… “È vero: sul piano dei ruoli genitoriali molte cose sono cambiate. A livello di immaginario è ormai sdoganata l’idea di papà accudenti, premurosi, dolci, che fin dai primi anni di vita, già con il neonato, si dedicano ad attività prima svolte solo dalle donne. Ma, mentre a livello socio-culturale c’è stata un’evoluzione, su quello professionale è tutto fermo”.

Un confronto tra Italia ed Europa

Com’è la situazione negli altri Paesi europei? “La tendenza alla femminilizzazione delle professioni educative è generalizzata in tutta Europa. Ma l’Italia detiene il primato come Paese più femminilizzato: le donne sono l’82,6% del corpo docente, con punte del 99,3% nella scuola d’infanzia e del 96,3% nella scuola primaria, mentre in Europa gli uomini sono in media il 15% degli insegnanti della scuola primaria. La differenza è data soprattutto dal fatto che in stati come Francia, Spagna o paesi del Nord Europa, nel periodo dell’orientamento scolastico, vengono attuate da anni politiche mirate a far conoscere ai ragazzi le professioni di educazione e di cura dei bambini, facendole rientrare nel loro cosiddetto ‘campo di pensabilità’. L’idea di fondo è che nell’orizzonte lavorativo dei giovani uomini ci debbano essere anche questi mestieri.

In Italia non si fa nulla in questo senso, anzi: mentre vengono lanciate politiche per stimolare le ragazze ad addentrarsi in professioni tradizionalmente maschili, come quelle tecnico-scientifiche, sul versante maschile non viene neanche percepito come problema il fatto che i ragazzi non si addentrino nelle professioni tradizionalmente femminili, come quelle educative e di cura. Viene da pensare che non si veda una convenienza economica nello stimolare un’implementazione degli uomini in questo settore”.

Nell’educazione e nella formazione di bambini e ragazzi, la figura maschile è invece importante. A livello sociologico, molte ricerche dimostrano che qualunque ambiente lavorativo è più efficiente se c’è una compresenza dei due generi. Poi ci sono aspetti pedagogici e culturali. Innanzitutto, i bambini maschi hanno bisogno di modelli maschili di riferimento. Inoltre, è proprio a scuola che le nuove generazioni cominciano a farsi un’idea dei ruoli, delle caratteristiche e delle professioni che la società attribuisce all’uno e all’altro sesso. Per tutti i bambini, dunque, maschi e femmine, è importante avere di fronte in ‘carne e ossa’ maestre e maestri, che trasmettano loro l’idea che la relazione con l’altro, e il prendersene cura, non sono caratteristiche di pertinenza solo femminile. La scuola può svolgere un ruolo fondamentale nel cambiamento e nella trasformazione della società in questo senso.

Per chi volesse approfondire: “Gabbie di genere. Retaggi sessisti e scelte formative” di Irene Biemmi e Silvia Lionelli, Rosenberg & Sellier.

 

di Elisabetta Zamberlan

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