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Stanchezza: e se fosse la tiroide?

Fatica, sonnolenza o al contrario insonnia, mancanza di appetito, malinconia… sono vissuti comuni tra le neomamme nelle prime settimane di vita dei loro bimbi ed entro certi limiti sono fisiologici. Non vanno però trascurati: ecco a cosa fare attenzione

Stanchezza: e se fosse la tiroide?

Si stima che il 70-80% delle donne dopo il parto sperimenta una condizione transitoria di stanchezza e abbattimento dopo il parto, il cosiddetto baby blues. Solo nel 10% dei casi i sintomi sono più intensi e persistenti e fanno sospettare una depressione post partum. “Attenzione, però: a volte quello che viene affrontato come un episodio di depressione è dovuto in realtà a uno squilibrio degli ormoni tiroidei”, avverte Vincenzo Toscano, presidente dell’Associazione Medici Endocrinologi, “che può risolversi spontaneamente col tempo oppure, se trascurato, può evolvere in un progressivo deterioramento della funzionalità della ghiandola. L’importante è tenere presente questa possibilità e, al manifestarsi di sintomi che fanno ipotizzare una depressione post partum, prevedere anche un controllo alla tiroide”.

La nostra centralina dell’energia

La tiroide, una ghiandola a forma di farfalla che si trova alla base del collo, produce ormoni che agiscono su tutti gli organi e i tessuti del nostro corpo. “L’hanno definita la nostra centralina energetica ed è proprio questa la sua funzione: regola il metabolismo e l’utilizzo dell’energia in ogni apparato e sistema. Agisce sulle ossa e sui muscoli, sul fegato, sull’apparato digerente, sul sistema riproduttivo e sul cervello. Influenza le funzioni cognitive, il tono dell’umore e la percezione della fatica”, spiega Furio Pacini, presidente dell’Associazione Italiana della Tiroide.
Se la produzione di ormoni tiroidei cala, i sintomi inizialmente sono sfumati e aspecifici, cioè comuni a tanti altri disturbi e patologie, difficili quindi da riconoscere. “Affaticamento, perdita di tono dell’umore, gonfiore e ritenzione idrica, anemia, caduta di capelli”, elenca Toscano.

Per funzionare correttamente, la tiroide ha bisogno di iodio, un minerale presente in concentrazione variabile in tutti gli alimenti, soprattutto quelli di provenienza marina. In Italia il suolo, e quindi la catena alimentare, ne è relativamente povero. Ecco perché i medici raccomandano di utilizzare a tavola e nella preparazione dei cibi il sale iodato, cioè addizionato di iodio, disponibile per legge in tutti gli esercizi commerciali che vendono sale. La carenza di iodio comporta una produzione inadeguata di ormoni tiroidei e uno sforzo maggiore della ghiandola, che può infiammarsi e produrre noduli.

IodioNei 9 mesi il fabbisogno raddoppia

“Ci sono poi le malattie della tiroide di origine autoimmune, dovute cioè all’attacco di anticorpi anomali che danneggiano progressivamente la ghiandola”, spiega Pacini. “È una patologia ereditaria. Le donne ne soffrono più frequentemente degli uomini: si calcola che una su otto vada incontro a un problema di questo tipo nel corso della vita”. Si manifestano con gli stessi sintomi della carenza di iodio. “E anche le tiroiditi autoimmuni insorgono poco alla volta, in modo subdolo, difficile da riconoscere”, avverte Toscano.

Che cosa succede nel post partum

“Durante la gravidanza”, spiega Toscano, “la tiroide materna è sovraccarica di lavoro, perché deve produrre anche gli ormoni necessari all’organismo del nascituro, indispensabili per la sua crescita ossea e per il corretto sviluppo del suo sistema nervoso. Questa condizione di iperlavoro può comportare un’infiammazione della ghiandola, soprattutto se già prima del concepimento la futura mamma era affetta da una forma subclinica di tiroidite autoimmune e se durante l’attesa il suo fabbisogno di iodio non è stato soddisfatto adeguatamente. Dopo il parto, la condizione di infiammazione può permanere per qualche tempo ed è in questa fase che possono manifestarsi i sintomi legati a inadeguata produzione degli ormoni tiroidei”.

Che cosa si può fare, quindi, per diagnosticare tempestivamente il disturbo? “Se la neomamma percepisce grande stanchezza, debolezza e un abbassamento del tono dell’umore, è opportuno che si sottoponga a un dosaggio del TSH: un’analisi del sangue per misurare la concentrazione dell’ormone tireostimolante. Un livello elevato di TSH, superiore a 5mU/l, è indicativo di inadeguato funzionamento della ghiandola”, risponde Pacini. “È un esame semplice ed economico e personalmente raccomando a tutte le donne di effettuarlo non appena scoprono di aspettare un bimbo, per diagnosticare precocemente eventuali patologie asintomatiche che potrebbero dare problemi durante l’attesa e dopo il parto. In presenza di una tiroidite, la soluzione è assumere ormone tiroideo sintetico, per compensare l’inadeguata produzione da parte della ghiandola. L’ormone sintetico è totalmente compatibile sia con la gravidanza che con l’allattamento”.

La prevenzione

Oltre al dosaggio del TSH a inizio gravidanza, per valutare il funzionamento della tiroide ed eventualmente correggerlo, si può fare qualche cosa per prevenire la tiroidite post partum? “Assumere sale iodato durante l’attesa”, risponde Pacini. “È di fondamentale importanza non solo per la salute materna, ma anche per un sano sviluppo del nascituro. Una carenza di iodio in epoca prenatale può produrre danni permanenti allo sviluppo neurocognitivo del bambino”.
Un individuo adulto ha bisogno di 150 microgrammi di iodio al giorno. A una mamma in attesa ne servono 250. “Difficile arrivare alla quota richiesta solo con gli alimenti. L’utilizzo del sale iodato è indispensabile”, spiega Pacini.
L’integrazione di iodio non può prevenire le tiroiditi di origine autoimmune. “Ma facilita il lavoro della ghiandola e può attenuarne l’infiammazione”, dice Toscano. “L’assunzione di sale iodato deve proseguire in allattamento e possibilmente per tutta la vita”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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