Ti senti triste dopo il parto? - Io e il mio bambino
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Ti senti triste dopo il parto?

Ti senti triste dopo il parto?

Tutti si aspettano che tu sia felice e appagata e che la nascita di un figlio porti con sé soltanto gioia e amore. Non sempre, però, questo corrisponde al vero: oltre alle fasi di entusiasmo, ci sono anche momenti in cui ti senti “giù”. Alcune donne possono sviluppare una vera e propria depressione post-partum. L’idealizzazione della maternità spinge molte donne a nascondere, a non ammettere i sentimenti negativi che si provano in questa delicata fase della vita, come se fossero sbagliati e innaturali. Ma la gravidanza non è quasi mai un’esperienza facile: in pochi mesi si “trasformano” il corpo, la mente e la percezione che hai di te stessa.

Le crisi di pianto, la sensazione di essere inesperte e inadeguate, l’ansia e l’ipersensibilità nelle prime settimane dopo il parto colpiscono circa l’80% delle donne. Si tratta del cosiddetto baby o maternity blues, un disturbo di tipo depressivo molto diffuso, legato alla brusca caduta degli ormoni nelle prime 48 ore dopo il parto e che può durare una o due settimane, ma poi scompare da sé, in quanto fisiologico. Per questa ragione è importante trovare il coraggio di parlare subito delle proprie emozioni negative; l’intervento precoce permette infatti di prevenire o minimizzare gli effetti della depressione sulla madre e anche sul rapporto madre-bambino. Accanto alla predisposizione biologica e psicologica, esistono importanti fattori sociali che sembrano favorire l’insorgere della depressione post-partum, che oggi riguarda il 10% delle donne.

Prima di tutto, le attuali condizioni di vita, specialmente all’interno delle metropoli, dove spesso manca la rete sociale dei familiari e degli amici e dove i disturbi del sonno, causa di una certa vulnerabilità psicologica, sono molto più diffusi. Inoltre, nella società contemporanea, il ruolo materno è profondamente mutato: la donna spesso lavora e in genere ha un figlio all’inizio della sua carriera professionale. Fondamentale è riconoscere i sintomi, parlarne e cercare aiuto.

Dal momento che la neomamma è spesso bloccata dal senso di colpa e dalla vergogna, assumono una funzione molto importante le persone che la circondano. Prima di tutto l’ostetrica e la ginecologa che possono individuare alcuni sintomi già durante la gravidanza: ansia, abulia, alterazioni del sonno e dell’appetito, la tendenza a elaborare immagini pessimistiche rispetto al bambino. E poi ci sono i familiari, che svolgono un ruolo fondamentale: spetta a loro cogliere quei segni di disagio che la neo-mamma può manifestare nel corso della giornata (umore depresso, tendenza al’isolamento, stanchezza, iperattività, disturbi del sonno, cefalea).

È inoltre importante che la neomamma sia aiutata per quanto riguarda il carico di lavoro e di responsabilità, prima di tutto dal partner. Una volta individuato il problema, le mamme possono intraprendere una psicoterapia, anche di gruppo, ricevere consulenza farmacologica, usufruire di interventi fisioterapici. Nei casi più gravi è previsto il ricovero presso l’ospedale.

I principali fattori di rischio

  • Precedenti episodi depressivi o disturbi psichiatrici in famiglia.
  • Disforia premestruale (la forma più grave della sindrome premestruale).
  • Gravidanza non desiderata.
  • Giovanissima età.
  • Breve intervallo tra due gravidanze.
  • Eventi di vita stressanti (malattie, lutti, perdita del lavoro).
  • Sentimenti ambivalenti, di tipo ansioso-depressivo, durante la gravidanza.
  • Rapporti conflittuali con il compagno.
  • Complicazioni nel parto, nascita pretermine o basso peso neonatale.
  • Frequenti problemi di salute del bambino.
  • Difficoltà di relazione con il bambino.

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