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Questo non lo mangio! Come aiutare i bambini selettivi

Come evitare che i “no” a determinati cibi si trasformino in un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare?

Questo non lo mangio! Come aiutare i bambini selettivi

Di solito è la verdura a essere detestata, ma il rifiuto del cibo, per quelli che gli esperti chiamano bambini “selettivi”, può riguardare qualsiasi alimento. È normale che accada, anche a bimbi molto piccoli.  Che fare?

I due momenti “critici”

Durante lo sviluppo del comportamento alimentare esistono due momenti critici. “Vi è una prima fase, tra il primo e secondo anno di vita, in cui il bimbo si approccia alla tavola dei grandi: in quel momento certi alimenti li accetta e altri no”, spiega Giuseppe Morino, responsabile dell’Unità Operativa di Educazione alimentare dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Il secondo momento delicato si colloca tra i 2 e i 4 anni, nel cosiddetto ‘periodo dei no’, in cui il bambino si oppone a tante cose, tra cui anche alimenti che magari, fino al giorno prima, aveva mangiato senza problemi”. Da una parte, infatti, vi è la “neofobia”, cioè l’avversione per un cibo nuovo mai assaggiato prima, dall’altra la “selettività” (scelta mirata di alcuni alimenti da mangiare).

Il rischio: disturbi alimentari precoci

Un eventuale rifiuto per determinati cibi è considerato “fisiologico” e, in genere, viene superato. In altri casi, invece, può evolvere in disturbi alimentari precoci. “Accade quando il rifiuto arriva da parte di un bambino con un temperamento particolarmente tenace e con una famiglia che non riesce a gestirlo nel modo corretto: cercando di imporre il cibo rifiutato o, al contrario, lasciando correre, il problema non si risolve, anzi peggiora”, spiega il dottor Morino. “Quando si verificano queste condizioni, si può arrivare fino all’anoressia infantile – può manifestarsi già tra 1 e 3 anni – o ad altre conseguenze meno ‘gravi’, ma da non sottovalutare: una magrezza eccessiva, con un rallentamento della crescita, oppure l’aumento di peso, nel caso in cui al bambino venga concesso di mangiare solo carboidrati come pasta, pane e biscotti, il che può predisporre all’obesità”.

Tutta colpa di esperienze negative

Alla base del rifiuto non vi è quasi mai una causa organica, anche se molti genitori sospettano in un primo momento intolleranze alimentari. Ma allora perché accade? “Si tratta quasi sempre di una sperimentazione negativa: il bambino ha associato un particolare cibo a una ‘brutta esperienza’, come una febbre elevata, oppure a un disturbo di cui ha sofferto, come il reflusso, o, ancora, a un periodo di grandi cambiamenti, ad esempio un trasloco o la nascita di un fratellino”, afferma il dottor Morino. “La memoria negativa può essere legata anche alla paura di sporcarsi, per cui il bimbo magari è stato sgridato, tanto da rifiutarsi persino di toccare il cibo in questione. Per questo motivo, la terapia si basa sulla sperimentazione ‘positiva’: in pratica si torna indietro e si ricomincia da capo la relazione con un determinato cibo, attraverso esperienze multisensoriali”.

Un rapporto da ricostruire con i 5 sensi

In questi casi, si consiglia ai genitori di lasciare che il bambino mangi con le mani e che ricominci a sperimentare da solo. In occasione della ripresentazione del cibo “incriminato”, la tavola deve essere colorata e va apparecchiata con una nuova tovaglia e persino piatti diversi dal solito. Ci sono, poi, una serie di stratagemmi che aiutano il piccolo ad approcciarsi in modo positivo anche agli alimenti meno amati. “Noi suggeriamo di portarlo con sé a fare la spesa per farlo sentire protagonista e, una volta a casa, sfruttare tutti e cinque i sensi. È anche importante farlo giocare in cucina”, conclude l’esperto. “L’atteggiamento giusto è non sottovalutare il problema e, per i casi più seri, rivolgersi al pediatra o a un ospedale pediatrico, in grado di seguire la famiglia con un approccio multidisciplinare”.

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di Chiara Sandrucci

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