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Perché vuole fare sempre lo stesso gioco?

I più piccoli hanno bisogno di stabilità, data da regole e routine: scopriamo perché

Perché vuole fare sempre lo stesso gioco?

Lo stesso passatempo, la stessa fiaba, lo stesso cartone, lo stesso gioco e… guai a cambiare parco! A ogni bambino piace la ripetitività. E, anche se può sembrare un paradosso, ogni volta sa trovare in questi riti qualcosa di nuovo. Una scoperta che gli permette, poi, di variare.

Il bimbo ha bisogno di certezze

Anche per i grandi è così: la mente umana ha bisogno di ripetute conferme per fissare idee e concetti, ma anche per elaborare emozioni e sentimenti. Un processo mentale, questo, che genera rassicurazione. “Nel bambino, rispetto all’adulto, c’è molta più insicurezza perché, dal suo punto di vista, vive in un mondo in cui ne succedono di tutti i colori: per sentirsi tranquillo, allora, ama ripetere la stessa cosa, che sia un gioco o l’ascolto di una storia”, dice il pedagogista Gianfranco Staccioli, docente di Metodologia del gioco all’Università di Firenze. “Ma c’è di più: continuerà a chiederlo finché lo troverà interessante e proverà nuove emozioni, finché non avrà esplorato tutti gli aspetti di un’esperienza e avrà ottenuto le sue conferme”.

Lo stesso gioco, ma sempre diverso

Solo in apparenza, è pura e semplice ripetizione: in realtà si tratta di infinite varianti del gioco, dato che è impossibile fare sempre lo stesso (sarebbe una ripetizione “meccanica”). “La stessa definizione di gioco prevede una stabilità, data da regole anche elementari, e un’instabilità, cioè la possibilità di variare al loro interno”, precisa l’esperto. “Un certo gioco cambia a seconda di dove si gioca e con chi, ma resta una zona franca in cui il bimbo è libero di sperimentare”. Anche i giardinetti che non vuole mai cambiare, da una parte gli infondono sicurezza e, dall’altra, lo inducono ad ampliare il raggio delle sue esplorazioni, ma in un contesto noto e protetto.

Le ripetizioni insegnano

“Solo la ripetizione consente il cambiamento, indispensabile per crescere: ripetere e variare sono due facce della stessa medaglia”, spiega il pedagogista. “Anche per un piccolo, il meccanismo è lo stesso: esplora, scopre, ripete ed esplora ancora”. Si tratta di quel che gli psicologi chiamano gioco esplorativo o euristico. Giocare è il suo modo di apprendere: ha una funzione centrale nello sviluppo della sfera cognitiva e affettiva. Per questo i meccanismi del gioco e dell’apprendimento sono così simili. Ad esempio, se a 12 mesi butta giù dal seggiolone il suo sonaglio in continuazione, non si tratta certo di un comportamento ossessivo. Semmai, come un piccolo “scienziato”, sta osservando che l’oggetto ogni volta cade, fa rumore, rotola o si allontana. Se fa i dispetti, sta sperimentando un comportamento “divergente” rispetto alla norma. Ma non solo: impara anche che, a un certo punto, la mamma dice basta. Il limite è stato superato.

Come invogliarlo a fare nuove esperienze?

Se il bebè è molto ripetitivo nelle sue attività e preferenze, forse ha soltanto paura di cambiare. Come dargli il coraggio di uscire dagli schemi? “Vietare non serve: meglio suggerire con leggerezza altri stimoli, offrire indirettamente alternative interessanti”, consiglia l’esperto. Occorre, inoltre, variare la storia. “È divertente come i bimbi ci sgridino se sbagliamo una parola o un dettaglio”, dice il pedagogista. “Ma è importante anche imparare a ridere variando la fiaba e facendo incontrare un elefante a Cappuccetto Rosso”. Come nella “Grammatica della fantasia” di Gianni Rodari, Cenerentola può rubare il fidanzato alle sorellastre e Biancaneve incontrare 7 giganti nel bosco. E perché non provare a inventarsi cosa accade dopo?

Quando l’ansia supera il livello di guardia

Ogni bimbo è “ripetitivo” e ama le routine rassicuranti. Lo stesso vale per l’adulto (un certo modo di vestirsi o pettinarsi). Ma si tratta di dettagli in una vita aperta ai cambiamenti. Soltanto se tutto risulta schematico, diventa preoccupante. Se si nota cioè che il bimbo mangia, beve, dorme, gioca sempre nello stesso modo e che i rituali hanno preso il sopravvento, allora meglio rivolgersi a un esperto. La differenza più rilevante è data dallo stato di ansia progressiva, fino alle crisi di angoscia acuta, che pervade il bimbo quando gli viene impedito il comportamento ritualizzato.

 

di Chiara Sandrucci

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