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Per “svezzare” serve anche papà

Per “svezzare” serve anche papà

A dare la pappa è bravissimo. Ma è ancora poco coinvolto nella scelta del menù e nelle modalità da seguire. Piazzato davanti al seggiolone, il papà “esegue” ciò che ha predisposto la mamma, ma ha un modo diverso di proporre il cibo al bambino. Ecco perché lo svezzamento andrebbe gestito in due. L’alternanza non può che essere positiva.

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Sempre più numerosi

“I dati di alcuni studi americani dimostrano che i papà che danno il biberon e, poi, la pappa al loro bambino sono in continuo aumento: se negli anni Ottanta solo il 30% di loro lo faceva, negli ultimi dieci anni si è arrivati al 65%, con punte del 90% nel weekend”, spiega il gastroenterologo Claudio Romano del Dipartimento di Scienze Pediatriche dell’Università di Messina. “Tuttavia, secondo una ricerca del 2013, nel periodo dello svezzamento in particolare, soltanto il 50% dei papà è coinvolto nella scelta degli alimenti: ciò vuol dire che uno su due si limita a imboccare il bebè, senza entrare nel merito della questione di quali cibi proporre e con quali modalità”.

Un po’ “distratti”, ma più elastici

Alle prese con bavaglio e cucchiaino, papà e mamma arrivano da due pianeti diversi. “Secondo le ricerche americane, i papà sono meno attenti agli orari, non controllano più di tanto le quantità e concedono più facilmente spuntini tra un pasto e l’altro”, afferma Claudio Romano. “Ritengo che tutto ciò valga anche per i papà italiani, che vedo più elastici rispetto alle loro compagne: il fatto che siano più rilassati gioca a loro favore”. Per un papà, insomma, non fa tutta questa differenza se la pappa per una volta è preparata solo con l’acqua piuttosto che con il brodo di verdura. E se il bambino mangia in ritardo o in anticipo, non ne fa un dramma.

Perché in due è meglio

L’ideale, quindi, sarebbe essere in due nel gestire l’alimentazione, e in particolare lo svezzamento, anche nella sua pianificazione. “Il risultato è in genere migliore e vi è un rischio più basso che si verifichi un disturbo del comportamento alimentare”, fa notare il pediatra. “Il papà dovrebbe essere più coinvolto, perché la mamma, da sola, potrebbe convincersi che vi siano cibi non graditi e, quindi, decidere di non proporli più”. Prendiamo il caso della neofobia, ad esempio: è un diffuso disturbo del comportamento alimentare, che comporta il rifiuto di assaggiare cibi nuovi. “Molti bambini considerati neofobici, in realtà, non lo sono. Si parla di neofobia, se il bimbo rifiuta un certo tipo di cibo per almeno dieci volte. Ma le mamme, di solito, non insistono così a lungo”, spiega il pediatra. “L’intervento del papà in questi casi è decisivo: un certo cibo può essere accettato se a proporlo è lui, che in genere ha uno sguardo più obiettivo nel definire i veri gusti del bambino”.

Più informazione

L’invito ai papà, dunque, è di documentarsi in prima persona. “Non è difficile, anche perché oggi vi sono sempre meno regole: dopo la fase delle prime pappe tra i 6 e gli 8 mesi, il bambino può mangiare praticamente di tutto”, conclude l’esperto. “L’importante è che sia uno svezzamento ‘responsivo’, basato cioè sulla capacità di dare risposte adeguate ai segnali di fame e sazietà del bambino e rispettando quel che mostra di gradire, senza forzarlo”.

 

di Chiara Sandrucci

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