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Lo porto al pronto soccorso?

Nella maggior parte dei casi ci vogliono buon senso e qualche conoscenza di base per decidere in sicurezza se correre in ospedale oppure no. Ecco le indicazioni

Lo porto al pronto soccorso?

Ogni anno in Italia 5 milioni di bambini sono portati in Pronto Soccorso. Ma si stima che soltanto il 10% degli accessi avvenga in modo appropriato, cioè per una reale necessità. Nel restante 90% dei casi il problema si può risolvere a casa o dal pediatra di famiglia. Eppure sono tante le circostanze che possono cogliere alla sprovvista e allarmare i genitori. Cosa fare se il piccolo sta male in un orario in cui il pediatra di famiglia è irreperibile? È il caso di portarlo al Pronto soccorso o si può attendere l’indomani per rivolgersi al medico curante? Come riconoscere le vere emergenze dai disturbi che non richiedono un intervento d’urgenza?

 

Vomito e diarrea: rischio disidratazione

Spesso si manifestano insieme e sono, nella maggior parte dei casi, sintomi di un’infezione gastrointestinale di origine virale. La loro conseguenza più temibile è la disidratazione, tanto più grave quanto più frequenti sono gli episodi e quanto più piccolo è il bambino.

“Se il bambino ha meno di un anno, vomita ripetutamente e ha diverse scariche di feci liquide nell’arco di poche ore oppure manifesta chiari segni di disidratazione – è prostrato e poco reattivo, con la pelle e le labbra asciutte, fa poca pipì e piange senza lacrime – deve essere portato in pronto soccorso, dove gli operatori provvederanno a reintegrare i liquidi con una flebo”, afferma Riccardo Ristori, medico del 118 e del dipartimento emergenza-urgenza dell’Ospedale di Cecina (LI) oltre che direttore scientifico di Salvamento Academy.

Un bimbo più grandicello, di due o tre anni, con vomito e diarrea ma in buone condizioni generali di salute può aspettare ed essere curato a casa dai genitori. Se le sue condizioni dovessero peggiorare, è consigliabile che mamma e papà si rivolgano al pediatra di famiglia per un parere. Tutto ciò che i genitori devono fare per accudire il bambino con un’infezione gastrointestinale è dargli da bere di frequente acqua o, meglio, le soluzioni di sali minerali che si trovano in farmacia. L’infezione passerà da sola nell’arco di pochi giorni.

 

Febbre alta: sos convulsioni

La febbre è una reazione del sistema immunitario a un’infezione in atto, virale o batterica. Come tale, di per sé non è un male, anzi ha una funzione difensiva perché uccide virus e batteri che ne sono responsabili.

“Se il bambino ha meno di 3 mesi meglio portarlo in pronto soccorso perché venga tenuto in osservazione”, consiglia l’esperto. “Negli altri casi, anche se la febbre dovesse arrivare a 42° non ci preoccupa: il bambino può essere assistito dal pediatra di famiglia negli orari di visita”. Nessuna paura, dunque, anche se la temperatura è molto alta. Le misure da adottare sono sempre le stesse: somministrare al bimbo un antipiretico, reidratarlo con acqua o soluzione di sali minerali e coprirlo se sente freddo o scoprirlo se suda e ha caldo. Non è necessario fare ricorso a borse del ghiaccio sulla testa o frizioni con acqua fredda. Sono interventi fastidiosi per il bambino, e non sono di alcuna utilità. La sola febbre alta non è di per sé sintomo di qualcosa di più grave, come la tanto temuta meningite. “I genitori si accorgono se c’è qualcos’altro che non va”, rassicura Ristori. “Come negli altri casi, i segni di allarme sono da ricercare nell’alterazione dei parametri vitali: coscienza, respiro e circolazione”.

“In caso di un primo evento di convulsioni febbrili, il bambino va visitato in ospedale dopo la crisi perché venga tenuto in osservazione e i medici possano dare tutte le istruzioni ai genitori per affrontare serenamente eventuali altri episodi. È un evento molto comune, si calcola che colpisca il 5% dei bambini tra 5 mesi e 5 anni”, afferma Ristori. “Se la crisi non passa nel giro di 2 o 3 minuti, è invece necessario chiamare il 118 perché potrebbe trattarsi di convulsioni complesse, campanello d’allarme di patologie a carico del sistema neurologico”.

 

Asma: attenzione ai sintomi

Tosse insistente, affanno e respirazione affrettata, spesso rumorosa, sono i segnali tipici per riconoscere l’asma, un disturbo che a seconda delle stagioni può essere causato da allergie o da infezioni delle vie respiratorie.

Al primo episodio è consigliabile rivolgersi al pediatra di famiglia o, in sua assenza, al pronto soccorso, per avere un’indicazione terapeutica. Se il disturbo si manifesterà nuovamente in seguito, mamma e papà saranno preparati e sapranno come affrontarlo senza allarmarsi. I farmaci d’elezione per trattare l’asma sono i broncodilatatori, che vanno somministrati prima possibile alla comparsa dei sintomi sotto forma di aerosol. Nei casi più importanti, il medico può prescrivere anche una cura di cortisone per via orale.

Che fare se, nonostante la terapia, l’asma non migliora e le condizioni del bambino preoccupano i genitori? Se il piccolo è pallido, o addirittura ha un colorito leggermente cianotico intorno alle labbra, se muove vistosamente i muscoli addominali a ogni respiro, è necessario ricorrere al 118. I medici gli somministreranno dell’ossigeno, broncodilatatori con la mascherina e fluidi per endovena.

 

Apnee notturne: una questione di durata

I bambini, sia i neonati sia i più grandicelli, possono manifestare nel sonno brevi interruzioni del respiro, le cosiddette ‘apnee’, della durata di due o tre secondi. Si tratta di eventi fisiologici senza importanza, che non devono allarmare i genitori e non richiedono alcun intervento. Altrettanto innocui sono gli episodi di respiro rumoroso dei più piccoli, dovuti di solito a un po’ di muco che si accumula nel nasino e che si può rimuovere con qualche goccia di soluzione fisiologica.

Vanno segnalate urgentemente al medico, portando il bambino al pronto soccorso, le apnee prolungate, quelle che durano sette o più secondi. Possono dipendere da cause diverse: da un reflusso gastroesofageo che ostacola il respiro oppure, evenienza ben più grave, da un difetto cardiologico o del sistema nervoso centrale.

 

Pianto inconsolabile: non sempre c’è una diagnosi

A tutti i genitori capita, prima o poi, di avere a che fare con il pianto prolungato e inconsolabile del loro bimbo. Un pianto che può durare anche 24 ore. In alcuni casi è addebitabile alle coliche, in altre la causa resta sconosciuta. Di certo è l’espressione di un disagio del bambino, che non ha altro modo di comunicare.

“Se si è davvero esasperati, meglio recarsi in pronto soccorso per evitare di commettere errori: spesso basta uscire di casa, confrontarsi con i medici per tranquillizzarsi e di conseguenza calmare anche il bebè”, dice Riccardo Ristori, che a Cecina ne vede arrivare quasi uno a notte. “Di rado si individua una ragione, basta che gli operatori visitino il bambino ed effettuino un massaggio per risolvere almeno momentaneamente la situazione”.

I pianti causati dalle coliche si riconoscono così: in genere si manifestano nel tardo pomeriggio e alla sera, il bimbo piange disperato, contrae le gambine e ha il pancino un po’ gonfio. In genere, durano fino al terzo o quarto mese e, poi, scompaiono spontaneamente. Ma anche il mal d’orecchie, mal di testa o altri tipi di dolore possono provocare pianti di lunga durata. La cui causa va indagata.

“Anche nei più grandicelli, il dolore addominale è molto comune e fa correre i genitori in ospedale”, aggiunge l’esperto. “Se il dolore interessa la zona intorno all’ombelico non è grave, merita invece una visita urgente il dolore che si irradia dalla parte alta dello stomaco e si localizza in basso a destra nella regione dell’appendice”.

 

Sangue dal naso: di solito non è un problema

Non è (quasi) mai un’emergenza, eppure capita ancora spesso che i genitori chiamino l’ambulanza. La perdita di sangue dal naso (chiamata epistassi) è quasi sempre dovuta alla fragilità delle reti capillari del nasino, che si lacerano facilmente sia in seguito a raffreddore che per “uso improprio” delle dita. “Resiste ancora la credenza diffusa che sia segno di un’emorragia cerebrale che ‘sfoga’ dal naso”, riferisce Riccardo Ristori.

Le istruzioni per arrestarla spesso vengono date proprio dal personale del 118: basta chiudere le narici del piccolo per qualche minuto, invitandolo a respirare con la bocca e a inclinare la testa in avanti. È invece un errore far piegare la testa all’indietro (il sangue andrebbe dritto in gola fino a provocare il vomito) o mettere il ghiaccio sul collo, che non serve a nulla.

“Solo se l’emorragia continua e il sangue esce da entrambe le narici, potrebbe essere sintomo di altri problemi, come difetti di coagulazione del sangue o pressione alta. Ma sono casi molto rari”, osserva il medico. “In caso di frattura cranica, quel che esce dal naso non è solo sangue, ma liquido cerebro spinale di colore chiaro. In quel caso va chiamata l’ambulanza”.

 

Quando chiamare il 118

“Anche per le chiamate al 118, in età pediatrica 9 volte su 10 l’intervento non è necessario: ciò vuol dire che per fortuna nella maggior parte dei casi i bambini italiani sono sani, ma hanno genitori ansiosi”, commenta Riccardo Ristori. “Ci sono però situazioni in cui il 118 va assolutamente chiamato e cioè quando sono compromessi la coscienza, il respiro o la circolazione: se il bambino è svenuto, ha difficoltà respiratoria o un’emorragia non si deve esitare”.

 

di Chiara Sandrucci

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