apri modal-popupadv apri modal-popupadv

Febbre: no alle paure immotivate

È un meccanismo di difesa dell'organismo. E, nel recente Congresso nazionale di Pediatria promosso dalla Sipps (Società italiana di pediatria preventiva e sociale), si è voluto ribadire qualche punto fermo e dare ulteriori indicazioni da trasmettere agli specialisti e, da questi, ai genitori

Febbre: no alle paure immotivate

È il sintomo più comune in età infantile, responsabile di oltre il 30% delle richieste di visite pediatriche. La febbre è lo spauracchio di tutte le mamme, che spesso ne prevedono l’arrivo prima ancora di misurarla con il termometro. Eppure, nonostante la frequenza con cui si manifesta, ci sono spesso molti dubbi su quando e come va trattata.

La febbre-fobia, il vero pericolo

“Le Linee guida della Società italiana di Pediatria e le successive revisioni hanno fatto chiarezza ma permangono alcuni atteggiamenti, sia fra i genitori che fra i medici, che non rispecchiano le acquisizioni scientifiche più recenti e che è necessario scoraggiare”, spiega Michele Miraglia Del Giudice, professore di Pediatria presso la Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. “La gestione della febbre tende a essere caratterizzata da un eccesso di trattamento, dovuto a paure immotivate sulle eventuali conseguenze. E ciò ingenera comportamenti irrazionali e talvolta controproducenti”.

Quando va trattata

Ci sono evidenze scientifiche che dimostrano come i microrganismi vengano distrutti e come le nostre difese funzionino meglio a temperature corporee più elevate. La febbre, dunque, è un sintomo vantaggioso e debellarla a ogni costo non aiuta a superare prima l’infezione. Ma quando intervenire allora? “L’indicazione che in genere i genitori seguono è somministrare l’antipiretico quando la temperatura supera i 38-38,5 °C, ma occorre sempre tener presente che lo scopo di questi farmaci è ridurre il senso di malessere del bambino e non quello di trattare la febbre in quanto tale”, precisa l’esperto della Sipps. “È noto infatti che alla febbre si possono associare numerosi sintomi quali irritabilità, alterazioni del ritmo sonno-veglia, cefalea, difficoltà nell’alimentazione, e altri ancora”. La soglia entro cui intervenire è quindi variabile e dipende da quanto il piccolo patisce lo stato di malessere provocato, più che dalla febbre, dalla malattia. Nei bambini con precedenti convulsioni febbrili si usa l’antipiretico con l’obiettivo di prevenire le eventuali recidive, anche se diverse revisioni della letteratura hanno dimostrato che non c’è nessuna evidenza che l’uso degli antipiretici prevenga le convulsioni.

Quali farmaci usare

Paracetamolo o ibuprofene? Un primo distinguo: in Italia, paracetamolo può essere impiegato fin dalla nascita, mentre ibuprofene è autorizzato a partire dai tre mesi o dai 5,6 kg di peso.

Gli studi sull’attività dei due farmaci sono numerosi e le Linee Guida sono molto chiare a riguardo. In nessuno studio paracetamolo è risultato avere un’efficacia superiore a ibuprofene: la loro azione antipiretica si equivale alle dosi di 15 mg/kg per il paracetamolo e 10 mg/kg per ibuprofene. Dai dati emerge però che quest’ultimo sembra agire più rapidamente e che i suoi effetti siano più duraturi (rendendo quindi meno frequenti le somministrazioni), oltre ad avere una maggiore azione antidolorifica. Assolutamente sconsigliato invece l’uso combinato (cioè in contemporanea) o alternato dei due farmaci, perché aumenta il rischio di intossicazione epatica o renale.

Come somministrarli

Rispettare gli intervalli tra una dose e l’altra e le quantità indicate dal pediatra è fondamentale per evitare il rischio di sovradosaggio. E se per paracetamolo solitamente si considera equivalente darlo al piccolo a stomaco pieno o vuoto, anche per ibuprofene, nei trattamenti a breve termine, non si evidenziano i disturbi gastrici. Per contro, il cibo rallenta l’assorbimento del farmaco e quindi anche la sua velocità d’azione. “Considerando quindi il rapporto rischi/benefici, si può assumere ibuprofene anche a digiuno, sfatando così un mito che ancora persiste”, conclude l’esperto.

di Laura D’Orsi

Commenti