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Cosa faresti per un suo sorriso?

Sguardi, paroline, coccole e semplici giochi: scopri tutti i gesti che rallegrano il tuo bimbo e lo stimolano a comunicare con te

Cosa faresti per un suo sorriso?

Che cosa c’è di più bello per una mamma del viso del suo bambino illuminato da un sorriso? Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Pediatrics, guardare per pochi secondi la foto del proprio bimbo sorridente stimola nel cervello delle mamme il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa. Ma il sorriso di un bambino è molto più di un momento di felicità condiviso: è uno strumento innato di espressione delle emozioni positive, su cui il piccolo costruisce le basi della propria capacità di comunicare.

Il neonato esprime col sorriso il suo benessere

La capacità di sorridere è innata nell’uomo, come nei suoi parenti più stretti, i primati non umani. Fin dalle prime settimane di vita, il bambino manifesta il proprio stato di benessere e di soddisfazione con un’espressione che prende il nome di sorriso endogeno. “Non si tratta di un segnale intenzionale per comunicare ad altri la propria contentezza, ma di una reazione automatica a uno stato interno di appagamento”, spiega Ilaria Grazzani, professore di psicologia dello sviluppo all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Mamma e papà vedono il loro bimbo sorridere, ne sono felici e rispondono sorridendo a loro volta: così focalizzano la loro attenzione su di lui. “Questa risposta innesca il circolo virtuoso della comunicazione”, dice Rosanna Schiralli, psicologa e psicoterapeuta, autrice di numerosi saggi sull’educazione emotiva dei piccoli. “Il bambino sorride, la mamma lo guarda negli occhi e sorride a sua volta, emette vocalizzi, gridolini. Il piccolo impara a riconoscere quei suoni e, guardando il sorriso della mamma, attiva i propri neuroni specchio, la imita e sorride di nuovo. Così, a poco a poco, da questo duetto si sviluppa la capacità del bimbo di comunicare non solo con la mamma o il papà, ma con chiunque. È nei primi mesi, nelle prime settimane di vita di una persona che si gettano le basi della sua socialità”.

FAI COSÌ – Stupore grazie al gioco del cucù

La mamma nasconde il viso per un attimo dietro una mano o un fazzoletto e, poi, lo scopre dicendo “cucù!”. Il bambino è momentaneamente perplesso, ma poco dopo si apre in un sorriso radioso. “È uno dei primi giochi che il genitore e il piccolo fanno insieme”, osserva Ilaria Grazzani. “Ha una duplice funzione: rafforzare il bonding, cioè il legame affettivo tra il bambino e l’adulto che se ne prende cura, e stimolare lo sviluppo cognitivo del piccolo. Il bimbo che ride per qualcosa d’inaspettato, come la scomparsa e la successiva ricomparsa dello sguardo della mamma, attribuisce un significato a quel che vede, intuisce i rapporti di causa ed effetto tra gli eventi, di azione e reazione. Man mano che passano i mesi, il gioco si fa sempre più complesso e si aggiungono sfumature: così il bambino partecipa attivamente e coopera con l’adulto per la sua riuscita”.

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Dal secondo mese, invia messaggi ai genitori

Aiutato e stimolato dall’attenzione e dalle risposte degli adulti, tra il secondo e il terzo mese di vita il bambino matura e produce i suoi primi sorrisi sociali. “Questa volta si tratta di messaggi intenzionalmente diretti alla mamma o al papà”, dice Francesca Simion, ordinario di psicologia dello sviluppo dell’Università di Padova. “Il bimbo cerca attivamente lo sguardo dell’adulto: quello diretto, occhi negli occhi, lo gratifica. In questa fase, dall’interazione con i genitori, il piccolo apprende le regole del dialogo: io comunico, poi aspetto e tu mi rispondi, quindi tocca di nuovo a me. Il bambino impara ad attendere il proprio turno, a cogliere i messaggi contenuti nelle espressioni e nei suoni pronunciati dall’altro, a replicare esprimendo le proprie emozioni”. Mamma e papà devono accogliere gli inviti alla comunicazione che il loro bambino esprime con i sorrisi. “Facendo sempre attenzione a rispettare i suoi ritmi e a non sovrastimolarlo”, avverte Simion. “Scopo del gioco non è far sorridere il piccolo a tutti i costi, anche se non ne ha voglia. Sorridere è bello e fa stare bene sia gli adulti sia i bambini, ma quando un piccolo dà segno di essere stanco, di voler evitare la comunicazione, non bisogna forzarlo”.

FAI COSÌ – Via libera al tocco giocoso

Intorno al terzo o quarto mese di vita, il bambino comincia a sorridere in risposta a determinati stimoli fisici gradevoli: i massaggi, le carezze, i baci, un accenno di leggero solletico. “La manipolazione giocosa delle parti del corpo lo aiuta a prenderne coscienza, a percepire se stesso”, dice Ilaria Grazzani. “Attenzione, però: il solletico non è sempre gradevole. Alcuni bambini, soprattutto i più piccoli, possono trovarlo fastidioso, intrusivo. Sta al genitore, all’adulto, cogliere le espressioni del bimbo e capire se apprezza il gioco”.

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Dai 6 mesi, con la risata sviluppa il senso dell’umorismo

All’inizio è solo un’espressione facciale. Poi, al sorriso si aggiungono i primi gridolini indistinti. Nel secondo semestre di vita, il bambino impara a ridere per manifestare il proprio divertimento. “Gli scoppi di risa improvvisi e incontenibili spesso sono reazioni a espressioni buffe dei genitori oppure a qualche scena inaspettata a cui il piccolo assiste”, spiega Rosanna Schiralli. “Dopo il primo anno, il bimbo è ormai padrone delle proprie risate ed è in grado di cogliere l’umorismo di situazioni più complesse, in modo analogo all’adulto”.

FAI COSÌ – Guarda che buffo!

I primi sorrisi sociali del bimbo sono diretti alla persona che lo sta guardando. È solo dopo il nono mese che il piccolo sviluppa la capacità di condividere l’attenzione con qualcun altro su un oggetto esterno. “La mamma gli dice ‘guarda lì, che buffo!’, indica e il piccolo sorride o ride insieme al genitore per qualcosa che ha visto o sentito”, dice Rosanna Schiralli. “È un ulteriore passo avanti nello sviluppo sociale e cognitivo, che i genitori dovrebbero stimolare e rafforzare”.

 

Verso i due anni, fa ridere lui la mamma

Arriva, infine, il momento in cui il bambino si impegna attivamente per far ridere gli adulti. “Sa che ridere è piacevole e il fatto di essere in grado di suscitare le risa di un adulto lo gratifica, lo fa sentire importante, capace”, spiega Rosanna Schiralli. “Intorno ai due anni, il piccolo fa il buffoncello intenzionalmente, per attirare l’attenzione e divertire i genitori”.

FAI COSÌ – Mostragli che ti stai divertendo

“È importante che mamma e papà rispondano ridendo a questi primi tentativi del loro piccolo”, raccomanda la psicologa. “In questo modo, accrescono la sua autostima, rafforzano la sua sicurezza in sé: una risorsa preziosa di cui avrà bisogno per tutta la vita”.

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Un bimbo che ride è un bimbo felice

Che siano reazioni automatiche a una sensazione fisica o risposte a uno stimolo complesso, il sorriso e la risata sono manifestazioni di benessere e felicità del bambino. “Il piccolo che ride spesso è un piccolo che sta bene, che ha sviluppato un buon rapporto con le figure di riferimento, sente che i suoi bisogni possono essere soddisfatti, è sicuro di sé”, spiega Ilaria Grazzani. “Tuttavia, non c’è ragione di allarmarsi se un bimbo ha la tendenza a sorridere e ridere poco nel primo anno di vita. Probabilmente è anche una questione di indole, che va rispettata senza tentare di forzarlo. È opportuno parlare col pediatra se, trascorso il primo anno, non ha ancora sorriso mai o quasi mai”.

Non bisogna dimenticare, poi, che nel secondo semestre di vita il bambino diventa più selettivo e, a differenza di quando era piccolo, non sorride più a chiunque lo guarda e attira la sua attenzione. “C’è chi gli piace e chi non gli piace”, spiega Rosanna Schiralli. “Il bimbo sviluppa simpatie e antipatie, proprio come noi adulti. Mamma e papà, i nonni, le educatrici al nido di solito riscuotono la sua approvazione, mentre gli sconosciuti lo rendono diffidente e meno incline a dare confidenza”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

 

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