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Per il tuo bimbo, solo bagnetti sicuri

Al mare o in piscina, la sorveglianza degli adulti è fondamentale per prevenire incidenti

Per il tuo bimbo, solo bagnetti sicuri

Non esiste un ambiente acquatico più pericoloso dell’altro per un bambino. A fare la differenza è l’attenzione di genitori, parenti e amici. Malgrado i suoi 5 mila km di costa, in Italia la mortalità per annegamento è tra le più basse al mondo: circa 400 morti all’anno, tra cui in media 12-15 bambini, e altrettanti in terapia intensiva. Dopo i traumi, l’acqua resta però la seconda causa di morte accidentale in età pediatrica anche nel nostro Paese.

 

Un’attenzione costante

“A un bambino bastano pochi centimetri d’acqua per annegare, quindi non ha senso considerare un limite di ‘acque sicure’ come a volte si trova segnalato: la maggior parte degli incidenti avviene entro i primi 5 metri dalla spiaggia”, afferma Riccardo Ristori, medico del 118 e del dipartimento emergenza-urgenza dell’Ospedale di Cecina (LI) oltre che direttore scientifico di Salvamento Academy. “La sicurezza in acqua di un bambino dipende essenzialmente da due fattori: la sorveglianza e il galleggiamento”. Al mare meglio scegliere una spiaggia sorvegliata da bagnini, in modo da ‘raddoppiare’ la vigilanza: anche per i genitori più attenti, è infatti pressoché impossibile mantenere un’attenzione costante. Il comportamento migliore è fare sempre il bagno insieme a loro: mai in acqua da soli, insomma, e quando giocano sulla battigia sempre con i braccioli e ‘controllati a vista’. “Il bambino sotto i 5 anni annega in pochi minuti a faccia in giù perché il suo galleggiamento è orizzontale. In quella posizione non riesce a tirare la testa fuori dall’acqua in quanto l’azione del muscolo trapezio dietro al collo non è abbastanza efficace”, spiega ancora Riccardo Ristori. “Il bambino più grande ha già un galleggiamento verticale, ma quando inizia a bere e sta per annegare si vede soltanto la testa andare su e giù e le mani che restano a pelo d’acqua, non chiama e non urla, è paralizzato dal terrore”. Ecco perché la maggior parte degli incidenti si svolgono sotto gli occhi dei genitori, che però a volte non se ne accorgono in tempo.

 In acqua dopo pranzo?Sì, ma con prudenza

Bagnetti sicuri: il salvagente non basta

L’uso del salvagente non deve essere considerato un salvavita. Anzi. “Anche quello più tecnico, è sempre e soltanto un ‘ausilio’ al galleggiamento”, sottolinea Riccardo Ristori. “Inoltre la maggior parte di quelli che si trovano sul mercato appartiene alla categoria ‘giocattoli’, non garantisce insomma alcuna sicurezza”. Le classiche ciambelle, i materassini e altri galleggianti danno inoltre un’impressione di falsa sicurezza ai genitori e possono avere persino un effetto moltiplicatore sui rischi legati alla balneazione. Come ricorda la Camera di Commercio di Milano nel fascicolo Bimbi Sicuri, i braccioli, giubbottini galleggianti o gli aiuti al galleggiamento, anche se spesso venduti nei negozi di giocattoli insieme a palette e secchielli, non sono giocattoli, ma dispositivi di protezione individuale. Come tali devono essere marcati CE, rispondere ai requisiti della Direttiva 89/686/CEE, essere conformi alla norma EN 13138-1 ed essere verificati da un Ente Notificato per la Direttiva DPI. La norma prevede specifiche prove di galleggiamento, di tenuta d’aria, la presenza di due camere d’aria distinte e altri requisiti di sicurezza. I salvagente a mutandina (chiamati in inglese floating seats) non appartengono né alla categoria giocattoli né a quella degli ausili per il nuoto e rispettano una normativa a sé stante (EN 13138-3). Attenzione dunque all’acquisto: i braccioli o i giubbottini vanno scelti a seconda del peso del bebè e acquistati da rivenditori di fiducia, e non all’ultimo momento.

 

Piscine in giardino: le avvertenze

I braccioli o altri ausili vanno tenuti anche nelle piscine, grandi o piccole che siano. Oggi si trovano dappertutto, montabili o gonfiabili, si acquistano all’ipermercato per poche centinaia di euro. Ma sono proprio le piscine “da giardino” a essere più pericolose rispetto a quelle pubbliche (dove c’è una sorveglianza organizzata). Anche in questo caso, la causa principale degli incidenti è il mancato controllo da parte dei genitori e l’assenza delle norme di sicurezza. Le piscine, tanto più se piccole, sembrano più sicure del mare e inducono a minor prudenza. Niente di più sbagliato. “I genitori non devono fare nient’altro mentre i figli giocano in piscina”, avverte Nicola Brischigiaro, esperto di educazione acquatica familiare. “Solo restando a distanza ravvicinata si riesce a intervenire in tempo”. I giochi vanno subito rimossi quando si è finito di usarli: barchette, palle e altri gonfiabili possono incoraggiare il bambino a entrare in piscina o a sporgersi, rischiando di caderci dentro. Quelle interrate devono essere circondate da un recinto adeguatamente alto (almeno 120 cm) e l’accesso consentito tramite cancelli con chiusura con dispositivo di richiamo (la molla fa in modo che la porta si richiuda automaticamente) e meccanismo di apertura fuori dalla portata dei bambini (raccomandato anche un allarme perimetrale). In caso di incidente un rapido intervento è facilitato dalla presenza a bordo piscina di un salvagente, di una pertica e di un telefono. Se si possiedono piscine montabili o gonfiabili, è buona norma vuotarle dopo l’uso, oppure dotarle di una copertura solida a prova di bambino (se hanno la scaletta esterna, va tolta subito dopo l’uso).

 

La prevenzione più efficace: la scuola nuoto

Il modo migliore per proteggere i bambini è iscriverli appena possibile a un corso in piscina.

  • Acquaticità in vaschetta. Fin dai primi mesi si può fare acquaticità con i genitori nelle vasche riservate della piscina (dai tre anni da soli). Esercizi utili per prendere confidenza con l’acqua e imparare ad esempio a non bere. Fare le bollicine è un altro esercizio per i bambini dai 10 mesi in su: soffiare sotto l’acqua con la bocca e poi anche con il naso per imparare la fondamentale respirazione in acqua.
  • Corsi di nuoto in piscina. “Dai 4 anni iniziano ad avere una struttura muscolare sufficiente per un buon sostentamento”, afferma Riccardo Ristori. “Per iniziare a fare i giusti movimenti in acqua si attende qualche anno in più, di solito dopo i 6 anni”.

 

Occhio alla spiaggia

Secondo le statistiche, il rischio di incidenti aumenta nelle prime ore pomeridiane del fine settimana, quando il tempo è bello ma il mare è mosso. Anche se l’acqua è una tavola, però, bisogna fare attenzione.

  • Mare mosso/bandiera rossa. Se il vento tira dal mare, le onde aumentano di intensità e si infrangono con violenza sulla battigia. “Quando c’è mare mosso non bisogna entrare in acqua”, afferma Nicola Brischigiaro. “Se l’adulto viene buttato a terra da un’ondata, in un attimo perde anche il bambino che aveva con sé”.
  • Vento da terra. Quando il vento spira da terra, il mare è calmo. Ma questo tipo di vento è molto insidioso perché genera una corrente di superficie capace di allontanare da riva tutto ciò che galleggia, in particolare chi usa braccioli e salvagente (effetto vela).
  • Buche e correnti. Al di là delle condizioni climatiche, anche il tipo di spiaggia può essere più o meno sicuro a seconda della presenza di correnti o buche, scogli sommersi o dislivelli improvvisi nella zona del bagno.

 

di Chiara Sandrucci

 

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