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Bilinguismo: che bella opportunità!

Se in famiglia mamma e papà parlano lingue diverse, come regolarsi con il piccolo?

Bilinguismo: che bella opportunità!

Imparare due lingue, anziché una soltanto, favorisce la flessibilità della mente, aiuta a diventare più versatili e arricchisce il bagaglio culturale. Questo il tema approfondito in occasione della terza edizione del Festival Fin da Piccoli, la manifestazione nazionale organizzata a Trieste, il 16 settembre, dal Centro per la Salute del Bambino onlus, che ha avuto come filo conduttore le seconde lingue nei primi anni di vita.

Chi sono i bimbi bilingue?

“Fino a qualche decennio fa, quando si parlava di bilinguismo ci si riferiva a famiglie dove il padre e la madre sono madrelingua diversi e i bimbi iniziano a sentire bagagli sonori differenti ancor prima di nascere”, spiega Monica Castagnetti, psicopedagogista della Cooperativa A&I di Milano che ha partecipato al Festival Fin da Piccoli, presentando l’esperienza della scuola Palmieri di Milano, che accoglie numerosi bambini di madrelingua non italiana. “Oggi il concetto si è ampliato e comprende le famiglie dove i genitori parlano la stessa lingua, che però è diversa da quella del Paese in cui abitano. Anche in questo caso, sin dai primi anni di vita, i bambini sono stimolati ad apprendere più di un idioma”. Una situazione molto diffusa, come è emerso durante la manifestazione di Trieste, dato che in Italia un bambino su cinque ha almeno un genitore straniero. Da qui, l’importanza di conoscere e valorizzare il ruolo svolto dalle seconde e terze lingue nello sviluppo cognitivo e socio-relazionale del bambino.

I punti di forza del bilinguismo…

Quando il bimbo si trova a dover imparare due lingue, anziché una sola, i genitori hanno a volte il timore che possa incontrare difficoltà, che l’impegno richiesto al piccolo sia molto superiore a quello affrontato dai coetanei che crescono a contatto con un’unica lingua. “In realtà, l’apprendimento di due o più lingue rende la mente del bambino più flessibile e versatile, un valore aggiunto che tornerà utile anche in contesti diversi da quello linguistico”, spiega la dottoressa Castagnetti. “La lingua è una parte importantissima di una cultura: il bimbo bilingue ha quindi a disposizione un bagaglio culturale più vario e ricco. E questo è sicuramente un vantaggio”.

Quindi, è una buona idea quella di proporre un primo approccio con una lingua straniera in tenerissima età, anche per quei bambini che non crescono in contesti bilingui? “Purché si tenga presente che il medium per l’apprendimento di una lingua è la relazione umana”, sottolinea l’esperta. “Non si può affidare l’insegnamento di una lingua straniera a strumenti multimediali, cd o cartoni animati in lingua straniera: è necessario il contatto con un’altra persona che sprona la mente del bambino a imparare”.

… e le difficoltà che si possono incontrare

Abbiamo visto che crescere padroneggiando più di una lingua rappresenta una ricchezza per il piccolo, ma questa condizione ha anche punti deboli? “Quello che può accadere è che questo arricchimento abbia bisogno di più tempo per manifestarsi e che, quindi, il bambino inizi a parlare un po’ in ritardo rispetto ai coetanei”, spiega Monica Castagnetti. “Anziché verso i 12-18 mesi, il bimbo può cominciare a produrre le prime parole intorno al secondo compleanno, cioè con un ritardo di circa 6-7 mesi. Questo accade perché la fase di immagazzinamento in cui la mente registra suoni e strutture linguistiche deve necessariamente durare più a lungo, dato che c’è di più da imparare”. La raccomandazione per i genitori è quella di non preoccuparsi se nei primi due anni di vita non si notano progressi nel campo del linguaggio. “Se la famiglia ha il dubbio che ci sia qualcosa che non va, può consultare il pediatra, ma in generale l’indicatore che tutto procede normalmente è il fatto che il bambino produca dei suoni per attivare la relazione con gli altri”, dice l’esperta. “Quando la mente ha concluso la fase di ‘immagazzinamento’, il bimbo si cimenterà con le prime parole”.

Due lingue: ma come funziona?

È meglio che ogni genitore si rivolga al bimbo nella propria lingua o che usino normalmente un idioma e solo in determinate occasioni il secondo? “Se i genitori sono madrelingua diversi, avranno una lingua che usano per comunicare tra loro e con questo idioma potranno rivolgersi al figlio nella quotidianità”, spiega Monica Castagnetti. “Poi, naturalmente, ogni genitore potrà parlare al bimbo anche nella propria lingua, offrendogli così l’opportunità di ascoltare sonorità diverse. Quando è molto piccolo, la mamma canterà per lui le ninnenanne di quando era bambina, le canzoncine, le filastrocche: c’è una dolcezza intrinseca nella lingua madre di una persona, non per nulla la chiamano ‘madrelingua’”.

Quando inizierà a parlare, in quale lingua si esprimerà il bimbo? “Le userà entrambe, a volte mescolandole o passando da una all’altra senza quasi rendersene conto, ed è normale che sia così. Non è un problema e non deve suscitare preoccupazioni. È diffusa la tendenza a pensare alla lingua come a qualcosa di fisso e immutabile, ma si tratta di una realtà viva, mobile, in continua trasformazione. Anche i piccoli che non sono bilingue attraversano una lunga fase di sperimentazione linguistica. Quando il bimbo che conosce due idiomi sarà pronto, dividerà le due autostrade linguistiche e inizierà a usarle separatamente”.

Quando la lingua di famiglia è diversa da quella della comunità

L’esperienza più comune di bilinguismo è quella dei bambini nati in una famiglia dove si parla una lingua, la stessa per entrambi i genitori, diversa da quella nazionale. “In questo caso, il bimbo apprende dai genitori la loro madrelingua ed entra in contatto con l’idioma del Paese in cui vive quando esce di casa”, spiega l’esperta. “Quando scende in cortile, va al parco a giocare, frequenta l’asilo, comincia a esplorare la nuova lingua e pian piano la impara. Ci vuole tempo, pensiamo a quanto occorre anche per imparare una sola lingua… Naturalmente il genitore non può rimanere escluso da questo percorso: anche la mamma e il papà prenderanno confidenza con la lingua del Paese che hanno scelto come nuova patria”.

La parola d’ordine in questo delicato percorso è “serenità”. “Il genitore dovrà essere orgoglioso della propria cultura d’origine e accompagnare il proprio bambino nel cammino dell’integrazione con grande tranquillità” conclude l’esperta. “Il piccolo deve sentire che può muoversi con serenità nei due territori linguistici e che questo non è fonte di ansia o di preoccupazioni in famiglia”.

 

di Giorgia Cozza

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