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Il tuo bebè sa già leggere?

Una moda importata dagli Stati Uniti prende piede anche da noi: quella degli strumenti didattici per insegnare a leggere a bimbi piccolissimi, di pochi mesi. Ma funzionano veramente? E possono portare reali benefici allo sviluppo cognitivo del bambino?

Il tuo bebè sa già leggere?

Un bimbo di pochi mesi osserva con gli occhioni spalancati due carte in mano alla mamma. Su una c’è scritto PINK in rosa, sull’altra GREEN in verde. La voce della mamma lo sollecita in inglese “Afferra il rosa, amore mio! Fai vedere alla mamma qual è il rosa!” La manina si protende verso la carta giusta e il gesto scatena un tripudio di complimenti e battimani. Video di questo tipo se ne trovano a decine su Youtube. Hanno titoli come “il mio super bebè legge a tre mesi” o “piccolo genio legge a cinque mesi”. Ormai da qualche anno negli Stati Uniti vanno di moda le cosiddette flashcard: cartoncini colorati per insegnare molto precocemente a riconoscere e a leggere lettere e intere parole. È una moda che riscuote il consenso di tanti genitori e forti perplessità di neurobiologi e psicologi dell’età evolutiva. Ora sta approdando anche in Italia. È davvero possibile insegnare a leggere a pochi mesi con le flashcard e altri strumenti proposti allo scopo, come app e video didattici? E quali benefici ne deriverebbero per lo sviluppo del bambino?

 

La stimolazione ha numerosi benefici

“Oggi i bambini sono più precoci di quelli di un tempo: imparano prima a parlare e a leggere”, osserva Maria Assunta Zanetti, docente di psicologia dello sviluppo e dell’educazione dell’Università di Pavia, responsabile del Laboratorio italiano di ricerca e sviluppo del potenziale, talento e plusdotazione. “Questo perché si presta maggiore attenzione ad accompagnare il loro percorso di sviluppo. Fin da piccoli, ricevono più stimoli e sono proprio gli stimoli ambientali, insieme al patrimonio genetico, che determinano la traiettoria dello sviluppo cognitivo”. La ricerca lo dimostra ormai con certezza: parlare ai bimbi fin dalle prime settimane di vita, leggere ad alta voce insieme a loro, anche se non capiscono il significato delle parole che ascoltano, li aiuta a familiarizzare con la lingua madre, ad acquisirne i suoni, il ritmo, la cadenza. “La lettura condivisa è un vero e proprio nutrimento per il cervello dei piccoli”, dice Zanetti. “La chiamiamo ‘vitamina L’. Ecco perché i promotori del progetto ‘Nati per leggere’ da anni cercano di sensibilizzare i genitori sulla questione. Un bambino che nasce in una casa dove si legge molto, che è abituato fin da piccolissimo ad ascoltare letture ad alta voce, è avvantaggiato dal punto di vista dello sviluppo cognitivo. È importante, però, che la lettura condivisa sia un’attività ludica relazionale, cioè che sia giocosa per il piccolo e che abbia una forte valenza affettiva. Insomma, un’attività che lo lega ai suoi genitori e agli adulti che si prendono cura di lui. Non deve diventare un esercizio meccanico unicamente finalizzato all’apprendimento”.

 

Ma esistono tappe da rispettare

Gli stimoli ambientali, quindi, sono importanti, ma non si possono forzare le tappe dello sviluppo imposte dal programma genetico. “Fin dalla nascita, il bimbo possiede competenze percettive”, spiega la psicologa. “Durante la gravidanza ha ascoltato la voce della mamma e ne ha appreso la prosodia, cioè il ritmo e l’intonazione. Nel corso dei primi sei mesi di vita si consolidano le strutture del cervello che gli permettono di produrre suoni consoni alla sua lingua madre: emerge la lallazione e, poi, la formulazione delle prime parole. Sono tappe necessarie: non possono essere surrogate da stimoli esterni. Detto in altre parole, non si può far parlare un bambino di quattro mesi stimolandolo di più. Quello che si può fare è accompagnare il processo spontaneo dello sviluppo delle capacità linguistiche e della comunicazione per ottimizzarlo”. Diverse ricerche condotte negli Stati Uniti sugli strumenti didattici per insegnare a leggere e a riconoscere le parole ai piccolissimi hanno dimostrato la loro inefficacia: nonostante i genitori che li impiegano siano convinti di ottenere ottimi risultati, non producono alcuna apprezzabile accelerazione dello sviluppo cognitivo e linguistico. “Se fatta con lo spirito di voler accelerare i tempi, la stimolazione diventa iperstimolazione”, osserva Zanetti. “Diventa uno sforzo fine a se stesso che non porta a nulla”.

 

Bimbi geniali: esistono davvero

Poi c’è l’eccezione: i bimbi cosiddetti “plusdotati”, quelli di cui si occupa il laboratorio di Maria Assunta Zanetti. Sono pochi, appena il 5% della popolazione generale, e il loro cervello funziona in modo differente da quello degli altri. “È dimostrato: hanno aree cerebrali che si attivano più velocemente”, spiega la psicologa. “Il loro quoziente d’intelligenza è molto superiore alla media e, loro sì, bruciano le tappe dello sviluppo. Da noi arrivano bambini di un anno che formulano già frasi complesse”. Per accompagnare il loro sviluppo eccezionalmente rapido, i bimbi ad alto potenziale necessitano di stimoli maggiori rispetto agli altri. Quella che per gli altri è iperstimolazione, per loro può non esserlo. “Anche nel loro caso, però, bisogna trovare la giusta misura per dare modo al potenziale di svilupparsi appieno, senza sovraccaricarli. Hanno bisogno di un piano educativo tagliato su misura”, dice Zanetti. “Per riconoscerli precocemente e offrire loro tutti gli strumenti di cui hanno bisogno, stiamo cercando di sensibilizzare i pediatri perché facciano attenzione ad alcuni parametri indicatori già a sette mesi”. Quel che è certo è che iperstimolare un bimbo con una traiettoria di sviluppo normale non farà di lui un bambino plusdotato, ma solo un piccolo stressato.

 

di Maria Cristina Valsecchi

 

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