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Avventura, maestra di coraggio

Troppa apprensione priva i nostri figli della possibilità di fare esperienze e di prenderci gusto, imparando, così, l’arte di vivere

Avventura, maestra di coraggio

Una passeggiata sulla spiaggia a raccogliere conchiglie che si trasforma nella ricerca del tesoro dei pirati. Prendere un autobus come si partirebbe per una spedizione nella giungla. Sfidare la paura salendo su un albero, fosse anche solo sul ramo più basso. L’infanzia è la stagione in cui ogni nuova esperienza si può trasformare in un’avventura. Una dimensione fondante, che rischia di scomparire, soffocata dall’ossessione della sicurezza.

Sì ai “rischi calcolati”

“Ci si preoccupa tanto dei possibili pericoli legati al gioco all’aria aperta e pochissimo del fatto che un bambino passi la giornata chiuso in casa, davanti a uno schermo”, dice Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca. “È evidente che un genitore non deve far correre al figlio ‘rischi inutili’. Ma educare significa esporre a ‘rischi calcolati’, alla possibilità di cadere, graffiarsi, prendere una curva troppo stretta in bicicletta”.

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Sicurezza: è diventata un’ossessione?

Secondo le osservazioni della psicologa norvegese Ellen Sandseter, i bambini in età prescolare percepiscono come “molto emozionanti” le attività che hanno a che fare con l’altezza (arrampicarsi, penzolare…), la velocità (bicicletta, giostra…), la possibilità di esplorare luoghi sconosciuti nei quali perdersi. “Perdersi ‘nel bosco’, come nella fiaba di Pollicino, è lasciare che le cose accadano”, continua Mantegazza. “Oggi, invece, viviamo nell’ossessione di controllare e amministrare tutto, persino le avventure vissute dai nostri figli, altrimenti non si capirebbe il successo delle vacanze dove ogni momento è programmato e previsto”.

Quale deve essere il ruolo dei genitori?

“Una presenza in grado di accompagnare e sostenere, se necessario. Con la capacità di restare a guardare senza fare nulla quando il bambino mostra di cavarsela bene da solo”, spiega Mantegazza. “C’è bisogno di un grande equilibrio e molta sensibilità nel modulare di volta in volta il proprio intervento”. Per esempio, se il bambino ha paura di percorrere da solo un corridoio buio, invitiamolo ad affrontare l’esperienza, non in modo punitivo, ma avventuroso. A volte sarà necessario accompagnarlo o portarlo in braccio, a volte basterà dirgli che lo aspettiamo in fondo al cammino. “La dimensione dell’avventura risulterà molto utile negli anni successivi, con l’ingresso a scuola, per affrontare un’eventuale difficoltà senza arrendersi. Insomma, se impariamo a vivere esposti a rischi calcolati, sapremo affrontare quelli veri, quando arriveranno”.

 

di Francesca Capelli

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