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Allergie alimentari, vero e falso

Il timore che il bambino non tolleri un alimento può indurre mamma e papà a eliminarlo dalla sua dieta, privando così il piccolo di importanti nutrienti. Ecco il percorso corretto da seguire quando si sospetta un'allergia alimentare

Allergie alimentari, vero e falso

Tra i bambini sono sempre più frequenti, ma è in aumento anche il numero di diagnosi fai-da-te, test privi di una base scientifica e diete di esclusione improvvisate. Luciana Indinnimeo, del Servizio Speciale di Allergologia e Immunologia Pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma, fa chiarezza fra le tante voci, vere e false, che circolano sull’argomento.

Le allergie alimentari sono in aumento tra i bambini.

VERO Negli ultimi anni, è aumentata la prevalenza in età pediatrica di tutte le manifestazioni di malattia allergica, per ragioni che non sono ancora completamente chiare. Oggi è allergico a uno o più alimenti il 6-7% dei bambini. “È tanto, ma non quanto la gente crede. La percezione pubblica del problema è infatti sproporzionata: 4 bimbi su 10 sono ritenuti allergici dai propri genitori, che attribuiscono i sintomi e i malesseri più disparati all’ipotetica sensibilità a un alimento, senza avere effettivi riscontri diagnostici”, osserva la pediatra. “Questa errata convinzione è dannosa, perché spinge le famiglie a limitare la dieta dei piccoli, privandoli senza reale necessità di principi nutritivi importanti, e perché impedisce di cercare e identificare le vere cause dei disturbi di cui soffrono i figli”.

Se si sospetta che un bimbo sia allergico a un alimento, bisogna eliminarlo dalla sua dieta.

FALSO “La dieta di esclusione è uno degli strumenti a cui ricorre lo specialista per diagnosticare l’allergia alimentare, ma dev’essere il medico a prescriverla dopo avere effettuato un’accurata anamnesi e altri esami il cui esito faccia sospettare la sensibilità a uno o più alimenti”, spiega Luciana Indinnimeo. “La dieta di esclusione diagnostica è limitata nel tempo: non deve durare più di 2-3 settimane. Se in questo periodo i sintomi scompaiono del tutto e ritornano in seguito quando l’alimento viene reintrodotto, la diagnosi è confermata. Ovviamente il test di provocazione, cioè la reintroduzione dell’alimento nella dieta, non si fa quando il bambino è a rischio di reazione anafilattica”.

Per diagnosticare correttamente un’allergia bisogna rivolgersi a uno specialista allergologo.

VERO Sul mercato si trova un gran numero di procedure spacciate come esami per diagnosticare allergie e intolleranze alimentari: analisi del capello, Vega test, test citotossico. “Non hanno alcuna base scientifica. In parole povere, sono fasulli”, dice l’allergologa. “Chi si sottopone a uno di questi esami, di solito, ottiene una diagnosi di allergia o intolleranza a molti alimenti differenti e la prescrizione di una dieta di esclusione fortemente limitante. Bisogna starne alla larga. Il percorso corretto da seguire per chi sospetta che il proprio bimbo abbia un’allergia alimentare è rivolgersi al pediatra di famiglia e chiedere la prescrizione di una visita specialistica da un pediatra allergologo. In ogni provincia italiana è presente almeno un centro certificato dalla SIAIP, la Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica. Ci si può rivolgere a una di queste strutture. Il percorso diagnostico corretto comprende un’accurato esame anamnestico, un test cutaneo o prick test, a volte anche la ricerca nel sangue delle IgE specifiche relative ai sospetti allergeni, dieta di esclusione diagnostica e test di provocazione sotto controllo medico”.

Un bambino allergico a un alimento dovrà farne a meno per tutta la vita.

FALSO “Le allergie alimentari, come qualunque altra manifestazione allergica, possono comparire improvvisamente e possono attenuarsi fino a scomparire con la crescita, perché il bimbo può sviluppare tolleranza all’allergene”, spiega la pediatra. “Per questa ragione le diete di esclusione devono essere periodicamente interrotte per controllare se il bambino è ancora allergico all’alimento oppure è diventato tollerante. Esistono anche trattamenti desensibilizzanti, a cui si può far ricorso in determinate condizioni”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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