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19 luglio 2018

7 domande sull’avvio dello svezzamento

L'esperta risponde ai dubbi delle mamme

7 domande sull'avvio dello svezzamento

Pediatra, calendario, amiche esperte: sono tutti d’accordo, il momento dello svezzamento è quasi arrivato. E ora? Come si capisce che il bambino è davvero pronto a cominciare a nutrirsi con qualcosa di diverso dal solo latte? È un legittimo e diffusissimo dubbio di mamma, anche perché quello dello svezzamento è un primo, grande, “scalino” nella vita del nostro piccolo. “È il suo primo atto di autonomia, uno spartiacque psicologico tra lui e la mamma”,  spiega Antonella Diamanti, gastroenterologa e nutrizionista dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

 Le risposte ai dubbi più comuni

1. Come capiamo che è arrivato il momento? Intanto: non prima dei 6 mesi, se il piccolo fino a quel momento è stato allattato esclusivamente al seno. Questo lo raccomandano le più autorevoli organizzazioni sanitarie mondiali, come Oms e Unicef. “Da quel momento in poi, abbiamo dei segnali da parte sua che ci possono orientare”, spiega la dottoressa. “Innanzitutto il bambino deve mostrare interesse per il cibo; in secondo luogo deve essere in grado di afferrare oggetti e di portarli alla bocca e, terzo ‘indizio’, deve essere ben disposto di fronte a una nostra offerta: se gira il volto di fronte al cucchiaio, forse è meglio aspettare”. Se lo stato nutrizionale del piccolo è buono e non ci sono problemi di salute particolari, attendere qualche giorno in più non farà male a nessuno.

2. Lo stesso discorso vale per i bambini allattati con latte artificiale? “Sì, anche se per loro, l’ESPGHAN, la Società Europea di gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica, indica anche il periodo tra il 4 e il 6 mese come momento possibile per l’introduzione di alimenti complementari”. In entrambi i casi può comunque succedere che i piccoli rifiutino il cibo con decisione: mettiamolo in conto e diamoci tempo.

3. Esistono piccoli ‘trucchi’ per invogliarlo? Possiamo prediligere cibi che abbiano una ‘palatabilità’ maggiore, con un gusto non troppo lontano da quel del loro amato latte. La crema di riso, o quella di mais e tapioca, o una purea di sole carote e patate hanno un sapore dolce più facilmente accettabile, ad esempio, di un brodo di carne”. Questo, naturalmente, non significa dover alterare le ricette: “Non aggiungiamo mai zucchero e sale alle pappe almeno fino al primo anno di vita del piccolo e cerchiamo di non mescolare puree di frutta alla pappa”. Altro suggerimento: il pasto andrebbe distanziato dalla poppata, in modo tale che il piccolo arrivi con il pancino più vuoto e sia quindi più bendisposto a riempirla di novità.

 4. Meglio svezzamento classico o l’autosvezzamento? La comunità pediatrica su questo non ha un orientamento univoco. “Se scegliamo lo svezzamento classico sarà il nostro pediatra a guidarci secondo uno schema predefinito. Se invece optiamo per l’autosvezzamento, che propone di assecondare le scelte del piccolo facendogli assaggiare quello che è sulla nostra tavola sin da subito, assicuriamoci che il nostro regime dietetico di genitori sia adeguato: uno dei rischi è che i piccoli finiscano per assumere una quota di proteine eccessiva. Il consiglio è quello di farci guidare comunque dal pediatra che, conoscendo il bambino e la famiglia, saprà modulare questa fase di passaggio nel migliore dei modi. Ricordiamoci anche che il bambino di 6 mesi ha comunque bisogno di consistenze particolari, perché ancora non mastica”, consiglia la dottoressa Diamanti. Guardia alzata anche sui condimenti: zucchero e sale dovrebbero essere banditi dalla dieta del piccolo, e dunque, in caso di autosvezzamento, occorre attenzione alla preparazione degli alimenti di tutti.

5. Va seguita una “scaletta” per introdurre gli alimenti? Generalmente si tende ad introdurre una prima pappa, a pranzo (da somministrare idealmente tra le 11 e le 13) e dopo almeno 1 mese anche la seconda (tra le 18 e le 20), intervallata dalla merenda. “Si comincia con un brodo vegetale con aggiunta di una farina di cereali: prima il riso, poi quella di mais e tapioca e infine quella di grano, per arrivare progressivamente alla pastina. Poi si può iniziare a usare il formaggio. Seguono le carni: idealmente andrebbero introdotte prima quelle bianche, poi le rosse, infine l’uovo e il pesce. In questo modo, entro gli 8/9 mesi il piccolo avrà introdotto tutte le fonti proteiche”.
6. Ci sono degli alimenti che è meglio aspettare a fargli assaggiare per il rischio che scatenino allergie? “No. Anzi: le società scientifiche, oggi, suggeriscono di introdurre precocemente anche cibi potenzialmente allergizzanti come l’albume d’uovo, per il quale un tempo si attendeva”. Ad allattamento ancora in corso, infatti, il bambino ha uno “scudo” che lo mette al riparo dalle reazioni allergiche ed è bene che il suo sistema immunitario faccia la conoscenza di potenziali nemici il prima possibile per allenarsi a combatterli e sviluppare gli anticorpi adatti. “Invece si raccomanda di attendere l’anno di età per il latte vaccino, ma per motivi nutrizionali, non allergologici: il latte di mucca infatti ha un carico proteico eccessivo e una composizione per la quale il rene dei bambini sotto l’anno non è maturo”.

7. Il piccolo si arrossa quando mangia: sarà allergico a qualcosa? “Non allarmiamoci se il piccolo mostra un arrossamento nella zona intorno alla bocca durante il pasto: molto spesso si tratta di reazioni locali, anche al semplice parmigiano, che nulla hanno a vedere con le allergie”. È l’organismo che registra la presenza di istamina nel sangue e mette in moto una piccola, irrilevante, reazione.Parliamone con il pediatra ma ricordiamoci che, in assenza di una diagnosi clinica di allergia, escludere alimenti dalla dieta del piccolo può essere non solo superfluo, ma anche dannoso”, spiega la gastroenterologa.

 

di Giulia Righi

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