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5 modi di arricchire il linguaggio dei piccoli

5 modi di arricchire il linguaggio dei piccoli

30 milioni di parole. In più o in meno. Tante ne ascoltano in più i bambini “ricchi” rispetto ai coetanei meno fortunati entro i quattro anni di età. Il numero è il risultato degli studi di Betty Hart e Todd Risley, due ricercatori dell’Università del Kansas, che per primi hanno misurato, più di 10 anni fa, quanto il potere delle parole sia l’anticamera del successo e del benessere economico. Il numero ha convinto il sindaco di Providence, capitale dello Stato di Rhode Island, Usa:  ha investito 5 milioni di dollari per incoraggiare i genitori più poveri a spegnere la tv, parlare ai piccolini, leggere libri (Se ne parla anche in Italia, ad esempio su Repubblica). Ma qual è il modo migliore di arricchire il linguaggio dei piccoli, già nei primi mesi di vita?

1. Scegliere bene gli argomenti

Parlare con il bambino di tutto quello che attira la sua attenzione, gli oggetti della vita quotidiana, le azioni che compie lui, mamma, papà, il cane, il fratellino… Parlare in modo chiaro e con parole semplici di quel che vede in quel momento. Usare frasi brevi e ripeterle.

2. Insegnargli le parole

«Il bambino impara a parlare attorno all’anno quando gli apparati articolatori, percettivi e motori sono giunti al giusto punto di sviluppo», spiega la professoressa Maria Cristina Caselli direttore della ricerca presso l’Istituto di scienza e ricerca della cognizione del Cnr a Roma. «Il bambino compie gesti per comunicare, (indica col dito, alza i sopraccigli, dilata le pupille) e questi gesti si accompagnano con vocalizzi. Ad esempio, il bambino guarda la tazza, allunga la mano e la porge alla mamma. La mamma vede il gesto e attribuisce il significato, usando le parole: “hai sete? adesso la mamma ti dà l’acqua!”». Se non c’è l’adulto che interpreta il gesto, il significato non appare, e il linguaggio non si sviluppa.

3. Usare un linguaggio semplificato o le parole “vere”?

«Il bimbo è sul fasciatoio, emette i suoi primi suoni e la mamma gli risponde nello stesso modo, aiutandolo a prendere contatto con il mondo. E’ un dialogo tenerissimo e molto utile, perché fonte di rassicurazione e di intimità», argomenta Angela Rezzonico, logopedista all’ospedale San Paolo di Milano. «Ma quando arrivano le prime parole», continua Rezzonico, «questo non ha più senso. Imparare a parlare, per il bambino, è impegnativo e faticoso, e adeguarsi alle sue prime forme espressive (parlargli cioè in “bambinese”) è come frenare la sua spinta in avanti, depotenziando la sua fatica».

Invece di imitare le sue parole, dunque, è meglio usare un linguaggio normale, ricco e completo (sarà lui a selezionare quel che gli serve), aiutandolo a uscire dal linguaggio onomatopeico con espressioni indirette di rinforzo (“è vero, sta arrivando il gatto!” si può dire quando lui dice “mao”).

«I bambini piccoli riconoscono le nostre parole pronunciate in modo corretto, solo che non sono ancora in grado di riprodurle, e per questo le storpiano. Perciò semplificare il nostro linguaggio, pensando di mettersi alla pari del bambino, ripetendo i loro vocaboli imperfetti, non va bene», dice la dottoressa Silvia Magnani, foniatra autrice di Insegnare a comunicare, e-book FrancoAngeli. «Via libera invece ai nomignoli al lessico familiare dei nomi e degli oggetti del cuore».

4. Nè troppo, nè troppo poco

Troppo Non aiuta il bambino ad esprimersi (e più tardi può favorire l’insorgere della balbuzie) il fatto che la mamma e chi si prende cura del bebè, abbiano troppe aspettative, siano troppo invadenti. Se la mamma esige una perfetta pronuncia della parola,  – mai dire “ripeti” o “parla bene” – o se anticipa in continuazione senza lasciare al piccolo lo spazio necessario per imparare a esprimersi, o se usa un linguaggio esclusivamente infantile, straripante di vezzeggiativi e diminutivi,  non si crea quello scambio in cui sono due i protagonisti della comunicazione, indispensabile per crescere.

Troppo poco Mai parlare al bambino senza guardarlo negli occhi. Mai chiedergli di finire in fretta il suo discorso, o assillarlo con domande, richieste e aspettative. Insomma niente che possa creare ansia: in generale più attenzione a “quel” che dice piuttosto che a “come” lo dice.

5. Non è mai troppo presto per leggere

Molti pediatri, quelli coinvolti nel progetto Nati per leggere, propongono di mettere in mano libri ai bambini, già dai sei mesi di vita. Il vostro pediatra non è della partita? Provateci voi, perché i vantaggi sono molti. Avere presto libri tra le mani incide sullo sviluppo del linguaggio e sul successo scolastico.

In particolare i “lettori” precocissimi imparano a leggere prima e con minori difficoltà: addirittura il vocabolario di un bambino di 3 anni è fortemente collegato alla quantità e alla varietà di parole ascoltate a 8 mesi.

La lettura ad alta voce in epoca precoce, inoltre, favorisce nei bambini la motivazione, la curiosità e la memoria, funzioni che compongono il bagaglio intellettuale ed emotivo del bambino.

L.B.

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