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Valorizza il suo stile paterno

È importante che mamma e papà collaborino, nel rispetto reciproco, per esaltare ciascuno le competenze dell'altro e dare il meglio al proprio piccolo

Valorizza il suo stile paterno

Se, in passato, il modello paterno era distante e autoritario, oggi si celebra da più parti l’ingresso nell’era del “mammo”, coinvolto emotivamente nella cura dei figli fin dalla più tenera età. “Affermazioni di questo tipo, piuttosto comuni negli ultimi tempi, sono fuorvianti perché semplificano all’eccesso una realtà complessa e ricca di sfumature, in lentissima evoluzione”, dice lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro, fondatore dell’Associazione Genitori Ancora. “Esistono modi differenti di vivere la paternità, tanti stili di accudimento, e il fatto che negli ultimi anni vediamo più padri che portano a spasso bimbi piccoli in carrozzina – compito un tempo riservato alle madri – non vuol dire che sia in atto una repentina rivoluzione, ma una lenta tendenza al cambiamento. Un tempo ci si atteneva maggiormente a modelli sociali rigidi, oggi gli uomini stanno scoprendo che l’emotività non è in antitesi con la mascolinità e alcuni di loro, chi più chi meno, manifestano con spontaneità il sentimento di tenerezza nei confronti dei figli. Ognuno ha il proprio approccio alla genitorialità, che deriva dal suo sentire, dalla sua storia, dai suoi riferimenti culturali”. Il punto, allora, è trovare un equilibrio, un’integrazione armoniosa tra lo stile paterno e materno, che rifletta l’intesa di coppia e la collaborazione solidale a un progetto educativo.

Se lui è tenero e coinvolto, sostienilo

“Sono padri che esprimono tenerezza, ma che non per questo perdono il proprio ruolo specifico”, osserva l’esperto. “E non lo fanno perché sono moderni, o bravi, oppure democratici, ma perché spontaneamente sono portati a comportarsi così. Il coinvolgimento emotivo, la vicinanza, la tenerezza non sono caratteristiche esclusive dei padri di oggi e del mondo occidentale. Fanno parte anche della tradizione di culture lontanissime dalla nostra, come quelle di alcune tribù africane, dove il padre magari si allontana da casa per la caccia, ma al rientro svolge le stesse funzioni di accudimento della madre. La mamma ha un legame fisico profondo con il figlio dovuto al fatto che l’ha portato dentro di sé per nove mesi e che può allattarlo al seno, ma il papà può stabilire col neonato una connessione altrettanto forte”.

È un modello di accudimento che va a tutto vantaggio del bimbo e dell’intero nucleo familiare. “Un piccolo appena nato ha bisogno di essere curato, ne va della sua sopravvivenza: più persone si dedicano a lui con affetto, più il bimbo si sentirà amato, protetto e sicuro”, dice lo psicologo. “Per la neomamma, il coinvolgimento e la collaborazione del partner comportano un minore carico di lavoro e una maggiore armonia nella coppia e in famiglia. Naturalmente occorre che anche lei sia ben disposta nei confronti di un padre che esprime tenerezza, che non la consideri un’invasione di campo, una competizione. Il padre, da parte sua, deve trovare la propria strada per esprimere affetto senza imitare la compagna. Imitare è sempre sbagliato, nell’uno e nell’altro verso. La spontaneità e la naturalezza dei gesti tracciano la giusta strada”.

Giocherellone va bene, ma non troppo

Il gioco è una delle modalità con cui alcuni padri esprimono il desiderio di vicinanza, di contatto fisico con i propri figli. “È un modo per dimostrare affetto, per interagire, ma anche per educare e insegnare. È positivo per il bambino ed anche per la mamma, che può ritagliarsi pause di riposo mentre il papà si prende cura del piccolo nel modo che gli è più congeniale”, spiega Scaparro. L’importante è non esagerare. “Se il padre si dedica esclusivamente al gioco con il figlio, lasciando alla compagna l’incombenza delle cure più stancanti e meno appaganti, come cambiare i pannolini, dare la pappa, farlo addormentare, i carichi di lavoro non sono equilibrati ed è naturale che nella coppia emergano malumori e discussioni. È necessario, allora, che lei e lui ne parlino pacatamente, evitando di accumulare rancori inespressi”, prosegue. “Se il padre è troppo giocherellone, poi, c’è il rischio che nel tempo stabilisca col figlio un rapporto di tipo paritario, amicale, che non va bene. Genitori e figli non devono essere amici. Gli amici si trovano fuori dal nucleo. In famiglia il ruolo dei genitori è quello di educare i bambini, col massimo dell’affetto e della tenerezza, ma non da pari a pari”.

Un po’ “geloso”? È normale!

Per un neopapà è del tutto naturale provare un pizzico di gelosia nei confronti del piccolo appena nato, che assorbe tutto il tempo, le energie e le cure amorevoli della mamma ed è al centro della vita familiare. “Se però questo sentimento comprensibile si trasforma in rivalità, in concorrenza, l’alleanza tra i genitori viene meno. È una situazione che va a discapito dell’armonia della coppia e del benessere del bambino, che ha bisogno dell’amore e della collaborazione di entrambi i genitori”, dice lo psicologo. “La rivalità è sempre negativa. Invece è importante che il padre si ponga come polo di attrazione per allentare progressivamente il legame tra madre e figlio, che alla nascita è esclusivo e col tempo deve aprirsi. Il bambino, che inizialmente è un tutt’uno con la mamma, in una condizione di fusione totale con lei, deve acquistare consapevolezza della sua individualità. Questo processo può essere facilitato appunto dalla presenza del papà, che non deve entrare in competizione col piccolo o con la madre, o tentare di spezzare il legame tra loro, ma attrarre il bambino e trasformare la diade mamma-figlio in una triade. La madre, dal canto suo, deve consentire al partner di avvicinarsi al figlio e stabilire un forte legame con lui, senza chiudersi a difesa di quello che ritiene il suo ruolo esclusivo”.

Più che l’autorità, conta l’autorevolezza

Il padre freddo e distaccato, che offre al figlio solo regole e niente affetto, non è un retaggio del passato. “Ce ne sono ancora tanti di uomini che intendono in questo modo il ruolo paterno”, dice Scaparro. “È vero che i genitori, non solo il papà, devono svolgere un ruolo educativo nei confronti dei figli e questo ruolo richiede una certa distanza gerarchica, ma la freddezza e l’imposizione delle regole con mezzi autoritari non sono certo gli strumenti migliori per educare. All’autoritarismo contrappongo l’autorevolezza. Il padre presente, che manifesta il suo affetto, il suo coinvolgimento, l’attenzione per i bisogni del bambino, può dare le giuste regole attraverso l’esempio, conquistando la propria autorevolezza e la fiducia del figlio sul campo, giorno dopo giorno. La mamma può favorire questo processo incoraggiando il partner a essere più partecipe e non adagiandosi nel ruolo di ‘poliziotto buono’, di genitore affettuoso in contrapposizione a quello autoritario”.

Assente “giustificato” o latitante?

“Ci sono uomini costretti dalle circostanze della vita, dalle condizioni di lavoro, a trascorrere poco tempo con i figli. Non li si può accusare di nulla. In questi casi spetta alla mamma fare il possibile per alimentare il legame tra il partner lontano e il bambino, parlando spesso al piccolo del suo papà, facendogli sentire la sua presenza per interposta persona”, dice Fulvio Scaparro. “Poi ci sono quelli che, pur avendone la possibilità, scelgono di rimanere lontano dai figli, di vivere come se non li avessero, privando se stessi e i loro bambini di esperienze irripetibili, di un legame prezioso per le loro vite. Ci sono anche papà che sono presenti, ma di malavoglia, che vivono la paternità come un dovere, una forzatura, e non come un piacere. I bimbi se ne accorgono, lo sentono. Queste situazioni non aiutano la crescita, sono pericolose per i figli che, in assenza del modello paterno, si guarderanno intorno per cercarne un altro, il primo disponibile, e non è detto che sarà una buona scelta”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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