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| Bebè “a lezione” di musica | ||||||
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Che abbia inizio durante la gravidanza (sappiamo che il nascituro può percepire diversi suoni attraverso le pareti del pancione) oppure nei primi mesi o anni di vita, secondo alcuni studiosi questa esposizione precoce alle note sarebbe in grado di aumentare il quoziente intellettivo del piccolo ascoltatore. Ma perché proprio Mozart? I sostenitori dell'omonimo "effetto" propongono una teoria estremamente complessa, che potremmo riassumere così: avendo composto in giovanissima età, il musicista ha trasferito nelle sue partiture alcune caratteristiche "cerebrali" – in particolare l'utilizzo diffuso di suoni ad alta frequenza – che entrano bene in sintonia con altre menti in fase di sviluppo, arricchendo l'intelligenza spazio-temporale. Ascoltare non basta Nel 2007, tuttavia, il ministero tedesco della Ricerca ha commissionato una vasta indagine multidisciplinare per capire, una volta per tutte, se l'Effetto Mozart sia una realtà scientifica oppure una lucrosa trovata per vendere dischi, cassette e lezioni ai genitori. È risultato inequivocabilmente che si tratta della seconda ipotesi: i pochi effetti sulla mente degli ascoltatori durano al massimo una ventina di minuti e riguardano qualsiasi compositore, non soltanto Mozart. Questo significa che la musica non serve allo sviluppo di un bambino? Tutt'altro! Perché una cosa è ascoltare una serie di note passivamente, un'altra è partecipare, creare, interagire con esse. Per esempio, gli studiosi del "McMaster Institute for Music and the Mind", diretti da Laurel Trainor, hanno osservato per 6 mesi un gruppo di piccoli attorno all'anno d'età che seguivano vere e proprie lezioni di musica in compagnia dei loro genitori, dove imparavano a battere il tempo tamburellando e a seguire le melodie canticchiando. Le conclusioni della ricerca canadese parlano di bebè ancora malfermi sulle gambine ma capaci di riconoscere e rieseguire canzoncine, più abili dei loro coetanei nell'interazione sociale e nella comunicazione, più ricettivi, più rilassati e sorridenti. Suono + Tatto = Intelligenza "A fare la differenza è stata la fruizione attiva della musica", commenta l'antropologo e musicologo Alessandro Bertirotti. "L'intelligenza infantile si nutre con il movimento e la tattilità, piuttosto che limitandosi a guardare o ad ascoltare gli altri. Il tatto è il senso che si forma per primo. Senza di esso il bambino non potrebbe sviluppare il sentimento dell'identità personale: se non so dove inizio e finisco, come posso capire chi sono? Quanto al suono, per l'uomo è sia l'accompagnamento di azioni complesse, sia la simbolizzazione di concetti profondi: basti pensare al linguaggio. Ecco perché tamburellare, l'azione tattile-sonora più antica del mondo, si trasforma in un concentrato di 'nutrienti' per la crescita del cervello infantile".
Articolo di Roberto C. Sonaglia Giugno 2012 |
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